Chi tiene messa lo fa per Dio, non per il suo datore di lavoro, la Chiesa. È la conclusione di una sentenza della Corte Suprema britannica, che ha dato ragione alla Chiesa Metodista, contro la quale un ministro di culto aveva fatto causa per “ingiusto licenziamento”. Ma Haley Preston, una donna che serviva appunto la confessione, non può pretendere nulla, perché il suo non era un contratto scritto e soprattutto “lavorava per Dio, non per gli uomini”. Così ha deciso la Corte, dalla sua sede di fronte al parlamento britannico e di fianco all’abbazia di Westminster, con una sentenza che per ora è valida solo per il culto metodista ma che non potrà non far scuola in caso di ulteriori sentenze riguardanti altri culti. La Corte Suprema, infatti, ha detto chiaramente che “in ogni caso in cui, in una Chiesa, non ci sia una contratto scritto, nessuno può pretendere il rispetto delle leggi sul lavoro”. Preston ora fa sapere: “Il viaggio verso la sentenza è stato duro e periglioso, ma io non mi do vinta facilmente”. Non sono previsti altri gradi di sentenza, la Corte Suprema è infatti l’ultimo passaggio, ma Preston ora potrebbe far ricorso in sede europea. Ed è probabile che questo avvenga.

Poco importa che la sentenza d’appello abbia dato ragione alla ministra di culto. La causa era partita nel 2009, Preston aveva detto in tribunale di essere stata spinta a dimettersi e di essere quasi stata “mobbizzata”. Ma con un voto di quattro contro uno, l’alta corte ha invece dato ragione, alla fine, ai metodisti, che nel Regno Unito hanno grande seguito e che da poco sono saliti agli onori delle cronache per aver chiesto ufficialmente di poter celebrare matrimoni legali fra persone dello stesso sesso. Questione che ora è in corso di dibattito al parlamento, il quale, dopo la legge francese sul matrimonio “gay”, potrebbe portare il Regno Unito a seguire il Paese al di là della Manica. I metodisti sono noti per il loro approccio alla vita “libero e liberale”, ma ora, commentano esperti di questioni religiose sui giornali britannici, con il caso di Preston “hanno dimostrato una ferrea posizione sul diritto del lavoro”.

Al momento della sentenza, uno dei giudici della Corte Suprema ha detto che “essere un ministro di culto per la Chiesa metodista è una pura vocazione, attraverso la quale le persone si sottomettono alla disciplina della Chiesa per la loro intera vita. A meno che non ci sia un caso particolare e a meno che non avvenga il contrario, diritti e doveri dei ministri di culto nascono dalla loro sottomissione al culto e non da un contratto scritto”. Come a dire, il datore di lavoro ultimo non è l’uomo ma è proprio Dio, quel Dio al quale si è dedicata la propria vita, non si può quindi pretendere dall’uomo quello che dovrebbe assicurare Dio. Così le Chiese britanniche continuano a far discutere, dopo il caso del matrimonio gay al quale si oppone soprattutto la Chiesa anglicana, dopo le vicende dei lavoratori licenziati per aver portato una croce al collo e dopo lo scandalo pedofilia che ha toccato, seppur marginalmente, anche la gerarchia ecclesiastica del Regno Unito. Tutte gatte da pelare per una religione che, in Gran Bretagna, è sempre più in crisi di vocazioni e di seguito, con il popolo britannico che è fra quelli meno religiosi dell’intera Europa. La regina, capo ultimo della Chiesa anglicana, evita di intervenire nelle questioni, il suo ruolo non lo prevede. Ma il “secondo” della Chiesa d’Inghilterra, l’arcivescovo di Canterbury, non passa giorno senza dover rilasciare dichiarazioni e comunicati. La religione conta, anche in un Paese con sempre meno religione.