”Era ancora viva quando le ho dato fuoco”. Questo il racconto fatto davanti al magistrato dal diciassettenne fermato per l’omicidio della fidanzata sedicenne, Fabiana Luzzi, ferita a coltellate e poi finita col fuoco, a Corigliano Calabro grosso centro lungo la fascia ionica cosentina.

Un racconto fatto di parole fredde, trapela dal riserbo delle indagini. Solo in rari momenti il ragazzo, studente all’istituto industriale e che nella prossima estate festeggerà i 18 anni, si è interrotto mostrando un minimo di emozione. Ma quello che sembrava interessarlo di più, nel corso del drammatico interrogatorio cui è stato sottoposto per gran parte della notte, era quella di andare a dormire. “Sono stanco – ha detto più volte – voglio andare a letto”.

I carabinieri lo hanno tenuto per ore sotto torchio, da ben prima che, in nottata, scattasse il fermo per omicidio volontario. Da quando cioè, gli investigatori si erano resi conto che la vicenda della scomparsa di Fabiana e quella delle strane ustioni sul volto e sul dorso delle mani del diciassettenne si sovrapponevano.

Già dal 24 maggio, i militari della Compagnia di Corigliano guidati dal capitano Pietro Paolo Rubbo stavano cercando di chiarire il perché della scomparsa della sedicenne, uscita dall’istituto per ragionieri che frequentava e mai arrivata a casa. Nelle ore immediatamente successive alcune amiche della giovane avevano parlato di quel ragazzo andato a prenderla col motorino all’uscita della scuola. E, quando quello stesso giovane i carabinieri se lo sono ritrovato in ospedale con ustioni al volto e alle mani, sono iniziati i primi sospetti. Le domande sono proseguite per tutta la giornata di sabato 25, sempre più incalzanti. All’inizio il diciassettenne, incensurato anche se qualcuno tra le forze dell’ordine lo aveva notato per certi suoi atteggiamenti, ha provato a sviare i sospetti, sempre più forti, su di lui. Ha detto di essere stato aggredito da due ragazzi che lo volevano punire, a suo dire, per alcuni suoi comportamenti, e ha fatto anche alcuni nomi. Per non tralasciare nulla, gli investigatori hanno sentito i due ragazzi, risultati però totalmente estranei.

Nel tardo pomeriggio di sabato, poi, le prime ammissioni e le indicazioni per il ritrovamento del corpo, abbandonato in una stradina interpoderale, isolata e completamente al buio in una zona scarsamente abitata. E’ li, tra la polvere di un viottolo e un muro di roccia, che Fabiana ha trovato la morte. A Corigliano sono arrivati anche il comandante provinciale dei carabinieri, Francesco Ferace, e quello del Reparto operativo, Vincenzo Franzese.

In nottata, infine, la confessione: “Abbiamo litigato, lei ha cercato di aggredirmi ed io l’ho colpita più volte con un coltello pieghevole. Poi sono andato a casa, sono riuscito, mi sono procurato una tanica di benzina e sono tornato a darle fuoco quando era ancora viva”. Una ricostruzione che, nei fatti, coincide con gli elementi raccolti dai carabinieri (ancora alla ricerca del coltello, che non si trova), se non per quel “mi ha aggredito” che sa di estremo tentativo di autodifesa. Venuto drammaticamente meno quando è emerso il particolare agghiacciante delle fiamme appiccate a un corpo ancora vivo. All’origine della lite un rapporto contrastato fatto di alti e bassi e, ha detto lui, di gelosie reciproche.