Ora che la Cassazione ha deciso, Silvio Berlusconi ha un problema: come rallentare (di nuovo) i processi che riprendono a Milano, invece di essere spostati a Brescia, dove sarebbero ricominciati da capo. Il calendario è impietoso. Domani, mercoledì 8 maggio, riprende l’appello per il caso diritti televisivi Mediaset, in cui il leader del Pdl è imputato di frode fiscale. Il sostituto procuratore generale Laura Bertolè Viale ha già chiesto la conferma della condanna ottenuta in primo grado: 4 anni di carcere più 5 d’interdizione dai pubblici uffici e 3 dalle cariche societarie. Domani potrebbero concludere la loro arringa i difensori degli imputati Daniele Lorenzano e Gabriella Galletta. E nella prossima udienza (che potrebbe essere fissata per sabato 11 maggio) il processo si avvierebbe verso la conclusione, con sentenza entro metà mese. Ma Lorenzano ha già chiesto di rendere dichiarazioni spontanee e un altro imputato, Frank Agrama, vorrebbe anch’egli prendere la parola, in videoconferenza da Los Angeles. Se le richieste saranno accolte, i tempi saranno rallentati. A meno che i giudici non decidano di stralciare la posizione di Agrama.

L’altro dibattimento, quello in cui è imputato di concussione e prostituzione minorile per il caso Ruby, riprende lunedì 13 maggio. Quel giorno il pm Ilda Boccassini completerà la requisitoria, chiedendo la pena. Poi la parola passerà ai difensori Piero Longo e Niccolò Ghedini. La sentenza di primo grado dovrebbe arrivare entro la fine di maggio. Berlusconi, dunque, potrebbe essere raggiunto da due verdetti nel giro di tre settimane. Ma trattandosi di un imputato molto speciale, tutto può succedere. Tanto più nel clima di larghe intese, in cui il leader Pdl è diventato azionista essenziale del governo e forse anche “padre costituente”. È quindi possibile che riprendano le richieste di legittimo impedimento per impegni istituzionali dell’imputato e dei suoi due difensori, entrambi parlamentari.

Nei prossimi mesi inizierà a Milano anche l’appello del processo sul trafugamento dell’intercettazione segreta tra l’ex segretario dei Ds Piero Fassino e il presidente di Unipol Giovanni Consorte. In primo grado, Berlusconi è stato condannato a 1 anno di reclusione per rivelazione di segreto d’ufficio. A Napoli invece è in corso l’indagine sul passaggio al fronte berlusconiano del senatore Sergio De Gregorio, con l’ex presidente del Consiglio accusato di corruzione e finanziamento illecito ai partiti. Ma è il processo Mediaset quello più delicato: se arrivasse la conferma della condanna, entro qualche mese la Cassazione potrebbe porre fine alla vicenda, stilando il verdetto definitivo. Se fosse di condanna , potrebbero essere confermati anche i 5 anni d’interdizione dai pubblici uffici. Vorrebbe dire, per Berlusconi, la perdita del seggio al Senato.

Ultima speranza, la Corte costituzionale: ha lasciato aperto il caso del conflitto d’attribuzione tra poteri dello Stato sollevato in primo grado dalla difesa del leader Pdl per via d’una udienza, quella del 1 marzo 2010, in cui i giudici non ritennero valido il legittimo impedimento del presidente impegnato in un Consiglio dei ministri. L’avvocato Longo ha annunciato ieri che chiederà la sospensione del processo (non obbligatoria) in attesa della decisione della Corte. La spada di Damocle della Consulta s’intreccerà con le vicende politiche e i destini del governo: Berlusconi potrà sopportare di essere buttato fuori dal Senato mentre sostiene il governo Letta? E quale salvacondotto potrà mai essere escogitato per l’imputato più eccellente della storia italiana?

Il Fatto Quotidiano, 7 maggio 2013