Calisto Tanzi ha ingannato la banca e con essa il suo presidente e la sua dirigenza”. E Fausto Tonna è un ”falsario”. Cesare Geronzi va all’attacco dell’ex patron di Parmalat e di quelli che lui chiama ”i suoi accoliti”. In aula a Bologna per difendersi durante le sue dichiarazioni spontanee nell’ambito del processo d’appello per il caso delle Acque Ciappazzi, uno dei tanti filoni del caso Parmalat, l’ex numero uno delle Generali è come un fiume in piena e ribatte punto su punto alle accuse. Condannato in primo grado a cinque anni di reclusione, deve rispondere dell’accusa di bancarotta fraudolenta e usura aggravata. Con lui (otto gli imputati in tutto) era stato condannato per bancarotta in primo grado anche l’ex amministratore delegato di Capitalia, Matteo Arpeanche se la sua posizione è sempre stata considerata meno grave e anch’egli ha fatto comunque ricorso contro la decisione dei giudici di Parma.

Secondo l’accusa nel 2002 l’allora presidente di Capitalia Geronzi sapeva, quando l’ex patron di Parmalat si avventurò nell’impresa disastrosa dell’acquisto delle acque minerali Ciappazzi di Giuseppe Ciarrapico, che l’azienda siciliana era decotta (non produceva più e l’acqua finiva in mare!) e allo stesso tempo che la società di Collecchio era messa male.

”No”. Non sapevamo della situazione di Parmalat, ribatte ora Geronzi: la dirigenza di Capitalia, è la sua ricostruzione in aula, si basò allora allora su documenti falsi (Geronzi cita tra gli altri quelli famosi della ”Bank of America”) che Tanzi produceva e che attestavano una situazione buona dei conti Parmalat. Sì, ammette Geronzi, forse si è sbagliato a fidarsi di Tanzi, ma ”in buonafede”. Del resto, per l’ex numero uno di Banca di Roma, Capitalia, Unicredit e Generali, il suo istituto allora sbagliò a non accorgersi che la situazione finanziaria di Parmalat era ”disastrata”, ma poi precisa: ”Come noi, ha sbagliato tutto il mondo della finanza e perfino la massima carica dello Stato che nominò Tanzi Cavaliere del lavoro”.

La storia. Proprio dalle conseguenze del caso Acque Ciappazzi vennero a galla le prime crepe che portarono alla scoperta del buco miliardario lasciato da Calisto Tanzi. L’azienda di acque minerali Ciappazzi ormai in crisi, secondo l’accusa, fu venduta a Tanzi ‘obtorto collo’, per aiutare Giuseppe Ciarrapico, il quale a sua volta era molto indebitato proprio con la stessa Capitalia. In cambio dell’acquisto, per 35 miliardi di lire, Tanzi avrebbe ottenuto da Capitalia stassa un finanziamento di quasi 100 miliardi (50 milioni di euro) per la crisi di Parmatour. ”Geronzi, svolgendo in sostanza le funzioni di motore e di massimo supervisore della trattativa che portò all’acquisto della Ciappazzi ad opera della società Cosal – scrissero i giudici nel motivare la sentenza di primo grado – indusse Calisto Tanzi, per motivi attinenti esclusivamente agli interessi economici di Banca di Roma, ad acquistare per un prezzo esorbitante un’azienda che versava in uno stato fallimentare”.

Falsità secondo Geronzi: ”Mi sono accorto dell’esistenza di Ciappazzi il giorno in cui due ufficiali si sono presentati alle sette di sera per notificarmi la sospensione dal servizio”. La sentenza della Corte d’appello di Bologna potrebbe arrivare già entro l’estate.