Non ci rassicura questo governo per quanto riguarda le politiche energetiche e i lasciti delle lobby che hanno regnato incontrastate negli ultimi decenni. Oltre alla coppia di vertice – Letta-Alfano – da sempre sensibile alle strategie dei potentati raccolti attorno a Eni, Enel, Federelettrica, alle velleità delle “multi utilities” che inseguono in borsa una loro nuova missione e al rilancio improbabile di quel che resta del settore termonucleare,  molti sono i ministri che hanno un passato negazionista riguardo al clima e che al referendum avevano scelto il nucleare. Né ci tranquillizza l’approvazione in tutta fretta e quasi di nascosto da parte del governo Monti di una Strategia Energetica Nazionale che, consegnata ad un governo su cui si sdraiano i media a prescindere, potrebbe, senza un minimo di dibattito pubblico, invertire il cammino delle rinnovabili, del risparmio e del decentramento delle forniture, per tornare alle megacentrali, al proliferare delle trivelle e dei depositi di fonti fossili, continuando a sottovalutare la messa in sicurezza delle scorie nucleari.

A riprova di questo pericolo, negli ultimi giorni sono usciti una serie di articoli sulla stampa (La Repubblica e Il Sole 24 ore del 17 aprile) che incensano l’opera della Sogin, la società di Stato incaricata della bonifica ambientale dei siti nucleari italiani e della gestione e messa in sicurezza dei rifiuti radioattivi prodotti dalle centrali nucleari dismesse, impegnata in quella che viene definita la “più grande opera di bonifica della storia italiana”, cioè quella dei siti nucleari.

Innanzitutto sono stati presentati senza nessun commento i dati della Sogin sull’incremento delle attività di smantellamento che negli ultimi 2 anni hanno raggiunto, secondo i due quotidiani, un tasso del 23%. Nessuno però fa notare che nel corso di 10 anni la Sogin ha accumulato ritardi nei lavori che sono arrivati fino al 170%, che i costi preventivati sono più che raddoppiati e che l’incremento di attività degli ultimi anni è un dato “drogato” perché è dovuto all’impegno sullo smantellamento delle strutture civili, mentre la parte nucleare è ancora al palo.

La cosa interessante sono le cifre date in pasto alla pubblica opinione: un costo complessivo della bonifica (smantellamento impianti + costruzione deposito nazionale) di 6,5 miliardi di Euro con la creazione di 12.000 posti di lavoro! La cifra prevista dei lavoratori è, più o meno, dello stesso ordine di grandezza di tutti gli addetti dell’industria nucleare italiana nel periodo di massima attività in questo settore nel nostro Paese. Delle due l’una: o c’è una voluta sovrastima dei posti di lavori preventivati oppure ci si prepara a rendere ancora più ipertrofica la struttura Sogin e collegati.

Facciamo un po’ i conti: il piano complessivo di bonifica a vita intera del 2008 prevedeva una spesa totale – riportata alla moneta 2010 – pari a 5.442 milioni di euro. Rispetto a essa le previsioni più recenti mostrano, dunque, un aumento del 23%. A loro volta le previsioni del piano 2008 presentavano un incremento del 15% rispetto a quelle del piano 2006, che, sempre rivalutate alla moneta 2010, erano pari a 4.727 milioni di euro. Complessivamente, l’aumento delle stime dei costi dal 2006, a moneta costante, è stato del 42%. Le analoghe previsioni dei programmi Sogin 2001 e 2004, anche queste riportate alla moneta 2010, erano rispettivamente pari a 3.796 milioni di euro e 4.483 milioni di euro (fonte Commissione parlamentare sui rifiuti, 19 dicembre 2012).

Il dato di 12.000 addetti è quindi coerente solo se ci si prepara a una nuova dilazione dei tempi e a un ulteriore incremento dei costi (raddoppio? Forse di più!). Una “spending review” in una fase di crisi così profonda non dovrebbe riguardare – come è stato chiesto dal Comitato Nazionale “Sì alle rinnovabili No al nucleare” nella conferenza stampa dell’11 aprile – anche le situazioni come questa, dove il potere politico si è alternato spesso a discapito della competenza e il benessere dei cittadini non è stato sempre in cima alle intenzioni?

di Mario Agostinelli e Vittorio Bardi