Se la procura di Taranto non provvederà a dissequestrare l’acciaio entro il 5 maggio, l’Ilva è decisa a chiedere allo Stato italiano un risarcimento danni per circa 27 milioni di dollari. Ecco la minaccia allo Stato firmata Ilva. È contenuta nell’ennesima istanza di dissequestro presentata dal presidente Bruno Ferrante nella cancelleria della procura ionica. Non sono bastate, evidentemente, le due inammissibilità della precedente richiesta dichiarate nei giorni scorsi, a distanza di poche ore, prima dal gip Patrizia Todisco e poi dal tribunale dell’appello.

Due secchi “no” basati entrambi sul punto imprescindibile che senza gli atti ufficiali della Consulta non è possibile riattivare il giudizio. Insomma non è sufficiente il comunicato stampa della Consulta che l’Ilva ha allegato alla richiesta per rientrare in possesso dei beni. Il giudizio, infatti, era stato sospeso – come impone la legge che regola il funzionamento della Corte costituzionale – quando gip e tribunale avevano sollevato la questione di legittimità della legge “salva Ilva”. I giudici della Consulta, il 9 aprile scorso, hanno ritenuto i ricorsi dei magistrati tarantini inammissibili o infondati, stabilendo così che la legge 231 del 2012 è costituzionale. Tuttavia è necessario che gli atti tornino nel palazzo di giustizia di Taranto e solo allora i magistrati potranno riattivare il procedimento e decidere sulla richiesta di dissequestro. E proprio mercoledì mattina, i giudici dell’appello avevano chiarito che la sospensione del procedimento “dura infatti sino al materiale ritorno degli atti nella cancelleria del giudice”.

Un concetto che l’Ilva, evidentemente, non vuole accettare arrivando a minacciare lo Stato ritenenedo la procura responsabile “di una gravissima inerzia” e quindi anche dell’eventuale risoluzione di un contratto da circa 27 milioni di dollari. Un contratto firmato con la società irachena Oil Projects Company (Scop) che prevede per l’acquirente la possibilità di risoluzione se le merci non saranno spedite entro il 5 maggio. L’Ilva, così, ha chiesto nuovamente il dissequestro dell’acciaio aggiungendo questa volta che “la mancata adozione del provvedimento” sarebbe “una grave violazione di legge determinata da negligenza inescusabile nonché congiuntamente un diniego di giustizia” e quindi “i danni conseguenti” diventerebbero “liquidi e quantificati un secondo dopo la mezzanote del 5 maggio” e “non potranno che essere richiesti a titolo risarcitorio allo Stato italiano”. Insomma il muro contro muro dell’azienda prosegue. L’acciaio è finito sotto sequestro il 26 novembre 2012 perché ritenuto frutto dell’attività inquinante dello stabilimento, già ritirato quattro mesi prima. Un milione e 700mila tonnellate del valore, secondo i custodi giudiziari, di circa 800 milioni di euro. Materiale che l’Ilva vorrebbe commercializzare immediatamente. Senza se e senza ma. Senza, soprattutto, rispettare le regole.