“Credo che il centrosinistra abbia il dovere di indicare il candidato” per la guida del futuro governo e “non c’è dubbio” che Enrico Letta sarebbe un buon candidato, ”non c’è alcun dubbio”. Così Matteo Renzi, ospite ieri sera di ‘Otto e mezzo’ su La7. Secondo il sindaco di Firenze, e sfidante del segretario Bersani alle primarie, il Pd deve cambiare e non deve “vivere più di paure e fantasmi”. Dovrebbe entrare al governo da protagonista. “Abbiamo perso le elezioni. Così ci tocca governare con gli altri. E non è un inciucio”. Sull’eventualità che possa essere lui il premier, la risposta è interlocutoria: “Non è un’ipotesi adesso in discussione. Non mi pare proprio un’ipotesi in campo in questo momento”. Ma poco dopo a ‘Piazza pulita’, sempre su La7, il ‘giovane turco’ del Pd Matteo Orfini rilancia: “Domani in direzione proporrò Renzi alla presidenza del Consiglio”. Un’idea che piace anche al deputato democratico Andrea Orlando: “Per la presidenza del Consiglio si può pensare o a una personalità terza di garanzia e di grande profilo istituzionale oppure si può pensare ad un leader politico. E Renzi rientra senz’altro in questo ruolo”. La linea comincia a prendere piede nel partito, rilanciata anche dal sindaco di Torino Piero Fassino, che in una intervista al Foglio conferma: “La persona migliore per guidare un esecutivo del presidente oggi si chiama sicuramente Matteo Renzi. Io sono favorevole alla sua candidatura – spiega – perché se dobbiamo assumerci delle responsabilità di governo allora bisogna farlo da posizioni di forza e non di debolezza e quindi è giusto che il Pd metta in campo l’uomo forte che rappresenta la capacità di novità. Già da adesso, come direbbe Matteo”.

Che la questione sia molto più che una semplice ipotesi, in realtà, è anche nelle mosse che lo stesso Renzi sta portando avanti nelle file sempre più scomposte del partito democratico. Ieri, ricostruisce Repubblica, il sindaco di Firenze ne avrebbe parlato con lo stesso Orfini, ben prima che questo gettasse l’ipotesi nel calderone televisivo. E della partita sarebbe anche la componente dalemiana del Pd, i cui esponenti di punta sono in rapida ricollocazione dopo il forfait fallimentare di Bersani. Il nodo resta uno e uno solo: Renzi non vuole appropriarsi del partito con un colpo di mano. Vuole che sia quest’ultimo invece a consegnarsi spontaneamente nelle sue mani per avere una investitura piena. Non a caso, proprio a Orfini avrebbe detto: “Potete proporre il mio nome, vediamo chi si oppone”. In attesa di capire che cosa deciderà la direzione del Pd di oggi pomeriggio – la resa dei conti è convocata per le 17 – ieri sera Renzi ha affrontato anche la questione di una sua possibile successione a Bersani: “Non credo di essere particolarmente portato per fare il segretario di partito vecchio stile, se il Partito democratico è la cosa che abbiamo visto in questi giorni, no”.

Ma l’ex rottamatore ha fatto capire chiaramente che anche in questo caso le sue parole non indicano un passo indietro: “Franco Marini dice che ho un’ambizione smodata? E’ vero. Io ho l’ambizione di cambiare l’Italia”. Perché, ha aggiunto, “essere ambiziosi è una cosa bella, di cui non vergognarsi. Diverso è essere arroganti. Penso che questa politica mediocre e meschina abbia ridotto la dimensione dei nostri sogni, preferisco dei giovani ambiziosi a dei giovani bamboccioni”.

Ma sui giochi interni al partito, anche in vista della cruciale Direzione nazionale, Renzi ha preferito rifugiarsi nell’ironia. “Nei prossimi giorni vedrò Barca” e il suo documento “me lo spiega meglio lui, mi sono fermato sul catoblepismo, tra questa e la prossima settimana ci vedremo”. 

E i franchi tiratori che hanno impallinato Prodi sulla via del Quirinale? “Ci sono stati 101 franchi tiratori per Prodi, circa 200 per Marini, ci sarebbero stati anche per la Bonino e Rodotà”. Quanto alla futura alleanza con il Pdl per far nascere un nuovo esecutivo: “Non è che propongo io un governo ampio con il Pdl. Ormai è un dato di fatto. C’erano tre alternative dopo il voto: o si tornava a votare, o si faceva un accordo con Grillo o con il Pdl. Invece per due mesi ci siamo bloccati solo su alcune possibilità. Bersani ha fatto bene a sperare di convincere il M5S. Ma loro hanno ribadito il ‘no’. E Bersani ne ha preso atto. La sua strategia lo ha portato a dimettersi e gli va riconosciuta grande serietà”.