Uochi Toki, il raffinato duo rap piemontese, scende in strada con il tour Macchina da Guerra.  Ben tre le date in Emilia Romagna: si comincia il 21 Aprile al Wunderkammer di Ferrara (nell’ambito di FIND OUT festival di illustrazione) e si prosegue il 14 e 21 Giugno, rispettivamente al Grottarossa di Rimini e alla Festa Biasola di San Rigo (RE). Matteo “Napo” Palma (voce e testi) svela come Macchina da Guerra sia ben più del nome di un tour…

Arriverete presto per il tour Macchina da Guerra anche in Emilia Romagna, quali sono le novità del nuovo tour?

“Faremo i pezzi di Macchina da Guerra, il nuovo album. Un anno fa abbiamo trovato una modalità di esibirci che ci permette di innovare costantemente, senza dover aspettare l’uscita di un disco o eventi particolari. Nei live portiamo sul palco un continuo ricambio di campioni, abbiamo una banca di suoni che viene combinata in modo improvvisato, un proiettore e un computer per fare live painting coordinato ai suoni tramite i MIDI al momento. Il live è sempre diverso, ogni volta possiamo aggiungere cose nuove. La novità l’abbiamo eliminata un anno fa”.

La notizia dell’uscita di un nuovo album non è arrivata, almeno non ufficialmente. Ci vuoi parlare di questo album misterioso, di questa “comunicazione muta”?

“L’album è appena uscito. Non abbiamo usufruito di promozione tramite agenzia, non l’abbiamo mandato a nessuna testata, non abbiamo fatto nessuno dei lavori che si fanno preventivamente. È un’uscita che qualcuno giudica un po’ stronza: l’album è solo in vinile, non lo spediamo per posta e non si trova nei negozi, l’unico modo per averlo è venire ai concerti. Sono due lati, due amalgame, sono sette testi distribuiti sull’elettronica. Dura 35 minuti, un po’ più corto degli altri, anche perché i testi sono più sintetici. L’abbiamo registrato tra Novembre e Dicembre e autoprodotto. L’abbiamo fatto senza scadenza, volevamo provare a fare un disco pagato interamente da noi e reperibile solo nei live per azzerare quel meccanismo che va dalla promozione al booking – un meccanismo che non fa altro che prestarti credibilità. Senza La Tempesta non avremmo raggiunto quella credibilità che attualmente ci permette di fare così tanti concerti. Il momento in cui si vendono più dischi è proprio il concerto, quindi per noi la distribuzione non ha assolutamente più senso mentre per posta gli oggetti si perdono, sopratutto, i vinili. Il punto focale di tutto, per noi, è il concerto”.

Descrivici il packaging…

“Un involucro praticamente senza scritte, non c’è scritto nemmeno il titolo. Hai solo la sensazione visiva e uditiva, niente crediti o titoli. È un gatefold, si apre a libro. È stato stampato in serigrafia dai nostri compari della Corpoc – delle genti serigrafanti di Bergamo, nostri amici. Ci sono tre mie illustrazioni in bianco e nero, una in copertina, una sul retro e una doppia all’interno. Per cominciare abbiamo stampato 300 copie, ma alla Phono Press hanno le galvanica e alla Corpoc  il telaio di serigrafia, tutto ciò lo rende riproducibile. Ne sono particolarmente soddisfatto, è un bell’oggetto”.

Dall’esterno la scena Hip Hop appare come una grande famiglia; voi siete un duo sui generis, qual’è il vostro rapporto con la scena?

“Non so se la scena Hip Hop sia una grande famiglia, può esserlo. Come in ogni grande famiglia ci sono dei rapporti di forza, lo vedevamo alla fine degli anni ’90 quando tutto funzionava in una maniera tutt’altro che rosea, ma questo esulava dalle cose che interessavano a noi. Noi facevamo graffiti ed eravamo interessati al rap. Dal punto di vista artistico non siamo interessati ai rapporti che intercorrono all’interno della scena, potrebbe interessarci da un punto di vista umano. Se diventiamo amici di un rapper della scena attuale, ed è una persona simpatica, non ci interessa che tipo di musica fa”.

Riadattando un testo dei Laghetto, ne Il sospiro della specie scandisci “Dove il motore/ è la volontà di superare l’uomo/ non di conservarlo”. Vedi più continuità o rottura con le generazioni che ci hanno preceduto?

“In generale tutti quelli che sono gli insegnamenti della generazione passata in questo momento stanno manifestando la loro inadattabilità al presente. Primo su tutti quello del ‘paventato mondo del lavoro’ – che ormai non esiste. Ci hanno tirato su dicendo ‘Ah, quando sarete nel mondo del lavoro…’ e oggi tutti ancora si angustiano per il posto fisso. Io un posto di lavoro fisso non lo vorrei: lavorare fino a 60 anni e dopo 10 essere già completamente svuotato; preferisco lavorare fino a 90, ma meno. Un altro atteggiamento delle generazioni precedenti è quello di dare ai figli dei teledipendenti, ma sono loro che hanno comprato le TV e ci hanno ficcato i figli davanti. Non vuol essere una colpevolizzare, le responsabilità vanno divise. Non sono solo i genitori a dover educare i figli ma anche il contrario. Da un certo punto in poi i figli dovrebbero educare i genitori, ogni momento è buono per insegnarli qualcosa. Mio nonno mi diceva sempre ‘Ah, quando io ero piccolo non avevo niente, adesso voi con un tasto accendete la luce, è tutto automatico, non dovete più fare niente’  e io gli rispondevo ‘Caro nonno, quando tu eri piccolo non avevi niente, e adesso puoi passarti una vecchiaia nelle comodità, ma io nasco nelle comodità e quando sarò vecchio saranno cazzi miei’. Tutto questo  discorso è un po’ utopico, ma una prospettiva del futuro una persona la deve avere. Io non sono uno di quelli che continuano a protestare per avere qualcosa, dico ‘Ok, se non ci sarà niente comunque si farà qualcosa’. In futuro mancheranno molte cose, l’impatto sarà forte, non ci sarà nessuno che ascolterà richieste, non ci sarà proprio nessuno a cui chiedere”.

I tuoi testi sembrano frutto di uno stream of consciousness giocato di volta in volta in campi semantici delimitati e diversi, come nascono?

“Il processo è molto meno tecnico del risultato. Tutto ciò che viene detto in pochi minuti di testo viene raccolto durante un anno. Tutto ciò che sembra uno stream of consciousness in realtà è una sedimentazione di idee. Una volta che intuisco di cosa voglio parlare, mi si apre in testa una specie di faldone dove cominciano a pioverci dentro frasi, collegamenti e idee. Questo è il procedimento del mio scrivere, faccio una passeggiata, ci penso e ad un certo punto sento l’esigenza di fissarlo su carta. Generalmente la stesura di ciò che ho pensato in prima battuta è tragico, solo alla seconda diventa quello che volevo dire.