La signora M ha i capelli bianchi come il Carlo Battisti di Umberto D. Sono passati sessant’anni dal film di Vittorio De Sica e anche a lei è stata rubata la dignità e il diritto a vivere una serena vecchiaia. La signora M ha 76 anni ma non ha più una casa. L’abbiamo incontrata nel caos preoccupato e creativo di un palazzone di piazza Attilio Pacili, quartiere Garbatella, Roma. Qui, in uno stabile dove una volta c’erano gli uffici della Asl, centinaia di persone lottano per avere un tetto sulla testa. Sono occupanti abusivi. Peruviani dalla pelle olivastra, uomini e donne dalla pelle scura che vengono da Pakistan e Bangladesh, neri dell’Africa, italiani dai mille dialetti imbastarditi dal romanesco. Sono disoccupati recenti, gente che un lavoro ce l’aveva, l’ha perso e si è vista frantumare una vita normale, persone che lavorano ma che non ce la fanno più. La scala sociale ha gradini scivolosi, basta poco per precipitare oltre l’ultimo gradino. 

Una malattia, una separazione, un mutuo che non può essere più pagato, il fallimento di una piccola impresa di famiglia, per sprofondare. La signora M ci racconta il suo precipitare. “Abitavo a San Lorenzo da 44 anni, in una casa piccola dove ho visto nascere e crescere i miei figli. Ho sempre pagato l’affitto fino a quando i vecchi proprietari non hanno venduto la casa ad un architetto. Mi ha creato problemi da subito, voleva più soldi, mi faceva pressioni. San Lorenzo è cambiato, non è più il quartiere popolare di una volta, oggi ci sono i wine-bar, le osterie alla moda, fa molto chic abitare lì. E poi c’è l’università vicino e chi ha un appartamento vuole guadagnare sui posti letto da affittare agli studenti a 3-400 euro al mese”.

L’architetto alla fine ha vinto, la singora M, pensione da 500 euro al mese, è stata bollata come inquilina morosa, ha preso le sue cose ed è andata via. Il suo letto ora è un materasso buttato a terra in una stanza dove una volta si annoiavano gli impiegati della Asl. Una donna peruviana (“sono qui perché guadagno solo 900 euro e non posso pagarne 600 per un sottoscala”) la consola, “nonna non piangere”. Al piano terra una ragazza raccoglie sul quaderno i nomi della famiglie che hanno occupato, altri maneggiano una fiamma ossidrica per saldare al cancello d’ingresso dei tubi innocenti, “perché tra poco arriva la polizia per sgomberarci e noi vogliamo resistere”. Accanto, in uno sgabuzzino, una giovane donna allatta suo figlio. Vicino a lei il marito. “Faccio l’elettricista per il cinema e non ho più lavoro. Ho girato con Marco Tullio Giordana e Roberta Torre, ma il cinema è finito. Mi sono separato, ho perso la casa, ho dormito alla stazione Termini, poi ho conosciuto lei e abbiamo avuto il bambino. Siamo qui, lottiamo, la casa è un diritto”. 

Centinaia di edifici pubblici occupati tra sabato e domenica scorsa, nella Capitale scoppia l’emergenza abitativa. “Che a Roma non è mai finita”, ci dice Sofia Sebastian, giovane architetto senza lavoro. “Abitare la comunità” è il titolo della sua tesi di dottorando. “Nel 1970 Roma versava in una condizione abitativa molto simile a quella di oggi con 15mila famiglie, provenienti soprattutto dal Sud, che vivevano nelle baraccopoli della periferia. In quegli anni vennero occupate 7mila case a Pietralata, al Tiburtino, alla Garbatella, dovunque”. Anche Sofia, che aspetta un bambino, è una occupante abusiva insieme al giovane compagno, architetto pure lui e disoccupato. La zona la chiamano della Casette ed è nel quartiere storico della Garbatella, una fila di casa basse che una volta erano stalle, di proprietà di una immobiliare. C’è il giardino col prato, curato dagli occupanti, un pannello solare e una sala collettiva. “Qui – ci dice Sofia – facciamo una serie di cose per il quartiere, scuola di musica, attività per i bambini. Il nostro obiettivo è trattare con enti pubblici e proprietà perché le case ci vengano assegnate con affitti equi”.

Sono almeno 30mila le famiglie a rischio casa nella Capitale. “Se non si fa ripartire l’edilizia agevolata, se non si costruiscono case popolari, se non si immettono sul mercato case a prezzi calmierati, magari utilizzando gli oltre 100mila alloggi sfitti nella sola città di Roma, la situazione è destinata a peggiorare”, è l’analisi di Claudio Di Berardino, segretario della Cgil. “Gli occupanti di oggi sono soprattutto italiani, gente che ha perso il lavoro e non ce la fa più”, ci dice Andrea Alzetta, consigliere comunale di Action, leader storico dei movimenti di lotta per la casa. “Alemanno in cinque anni ha comprato solo 750 appartamenti, una goccia in un mare di bisogni. Perché non si mette mano ai 51mila appartamenti invenduti? Regione e Comune aprano un tavolo, è l’unico modo per affrontare l’emergenza abitativa e bloccare cementificazione e consumo di suolo”. 

Via del Caravaggio, in due palazzoni tutto vetro e cemento, una volta c’erano gli uffici della Regione, ora sono occupati da 400 famiglie e avvolti in striscioni. “Alemanno come Veltroni“, “Casa subito”. “Noi non abbiamo un tetto e questo edificio è abbandonato da anni, eppure hanno speso milioni di euro per ristrutturarlo. Vedi questa gente, ci trovi extracomunitari senza lavoro, ma anche italiani disoccupati e giovani. Laureati e plurilaureati. Sono loro i nuovi poveri”.

Dal Fatto Quotidiano dell’11 aprile 2013