Mancavano solo gli arabi all’appello nel capitale di Maire Tecnimont. Ed ora probabilmente arriveranno grazie ad un aumento di capitale da 150 milioni di cui parte sarà riservato al conglomerato di Abu Dhabi, Arab Development Company. Già perché in questa società, che costruisce impianti petrolchimici, centrali elettriche e infrastrutture, ne è passata di gente che ha contribuito a vario titolo a svuotarla e indebitarla.

Primo fra tutti il socio numero uno, l’amministratore delegato Fabrizio Di Amato, le cui fortune sono legate a doppio filo con potenti amicizie romane. Come quella con il nuovo presidente del Coni, Giovannino Malagò, anche socio di Maire attraverso la G.L investimenti, e con il vicepresidente di Unicredit, su delega mediorientale Aabar, Luca Cordero di Montezemolo, con cui D’Amato ha concluso più di un’affare come testimoniano gli investimenti dell’imprenditore romano nel fondo Charme e nella società del mattone Mdg real estate in tandem con la famiglia del presidente della Ferrari.

L’arrivo dei nuovi soci arabi è del resto solo l’ultimo colpo di scena in una lunga odissea che inizia già nel 2004 quando la Fiat cede l’omonima società di engineering alla Maire di cui Torino diventa socia al 30% nell’ambito di un’operazione di acquisizione che Di Amato finanzia in gran parte a debito (80 milioni su un totale di 115). Tempi d’oro quelli per Maire che, con 612 dipendenti, ha un utile da 5,6 milioni con ricavi in crescita (497,3 milini su 473 milioni del 2003), un gonfio portafoglio ordini (oltre il miliardo) e un indebitamento di appena 34 milioni.

Un anno dopo, esce Fiat partecipazioni ed entra Edison con il 19,5 per cento che contestualmente cede Tecnimont a Maire. L’operazione costa circa 180 milioni di euro, ma le banche vengono in aiuto a Di Amato con nuovi finanziamenti e Foro Buonaparte concede una dilazione di pagamento di circa 80 milioni permettendo a Maire di mettere a segno un’acquisizione che raddoppia i ricavi del gruppo. Alla fine dello stesso anno entra anche Malagò investendo circa 2,3 milioni di euro. Denaro che sarà moltiplicato grazie alla quotazione in Borsa del 2007: l’avvocato, la cui famiglia è nota per essere il più grosso concessionario Ferrari della Capitale, incassa 19 milioni dalla vendita di appena metà della quota con un guadagno netto superiore a 17 milioni. Meglio ancora naturalmente va a Di Amato che dal collocamento incassa circa 180 milioni di euro.

Non solo: nell’anno dello sbarco in Borsa, Maire, a fronte di un profitto di poco superiore ai 15 milioni, stacca anche una cedola ai soci da 22 milioni di euro provenienti ”dall’utile d’esercizio e dalla riserva straordinaria”. E retribuisce ogni anno i propri azionisti: fra il 2007 e il 2011 escono dalla società, sotto forma di dividendi, poco più di 106 milioni di euro  il 63% dei quali vanno in tasca a Di Amato e il 2,17% a Malagò. Denaro per retribuire i soci (18,7 milioni di cedola) anche quando, nel 2011, il titolo è nel mezzo di una bufera in Borsa con l’azione che, a metà maggio, ha bruciato il 60% nel giro di tre settimane.

A suon di cedole, di cambi ai vertici, di crisi di Borsa (il titolo ha perso il 93% in cinque anni) si arriva ai giorni nostri con il cda di Maire Tecnimont che approva il bilancio 2012 con una perdita di 207,6 milioni e vara una manovra di riorganizzazione finanziaria e patrimoniale da 500 milioni con tanto di nuovo finanziamento (per 50 milioni) e riscadenziamento al 2017 di 300 milioni di debito a medio-lungo termine grazie al supporto di Intesa Sanpaolo, Unicredit, Monte dei Paschi di Siena, e Santander. E con la benedizione dei consulenti Leonardo & Co, NCTM Studio Legale, CBA Studio Legale e Tributario.

Per la cronaca, all’aumento di capitale da 150 milioni, parteciperà anche Di Amato che ha promesso di sottoscrivere una quota pari a 60 milioni e quindi inferiore al 63% che fa capo alla Maire Gestioni da lui controllata. E pensare che, come riferiva L’Espresso del 24 gennaio 2013, la holding personale di Di Amato, Prima investimenti, solo nel 2011, ha ceduto alla Maire Gestioni il 3% della società intascando 22 milioni di euro secondo uno schema collaudato già nel 2009 quando l’incasso fu di 46 milioni. Due mosse che hanno portato nelle tasche del manager-padrone ben 68 milioni. Più di quanto l’imprenditore ha promesso di metter sul piatto per il rilancio della società che garantisce lavoro a 5mila persone nel mondo. Senza contare naturalmente i dividendi incassati negli anni.