Barack Obama – c’informano le agenzie e i quotidiani – è incappato in una “gaffe”. Durante una raccolta fondi, parlando di Kamala Harris (general attorney della California, prima donna-afro-asiatico-americana a ricoprire questo ruolo), l’ha definita “talentuosa, dedita e determinata”. E ancora: “lei è esattamente quello che vorresti trovare in chi amministra la giustizia”. Poi ha aggiunto la sciagurata frase: “È di gran lunga il Procuratore generale più attraente del Paese. Via, è la verità! Lei è un’amica e una sostenitrice da anni”. Apriti cielo, la tempesta si è abbattuta sul Presidente, sommerso di critiche da elettori e commentatori: sessista, sciovinista e via dicendo. Addirittura si parla di molestie e abusi. “Come si è permesso?”, tuonano le femministe. C’è chi rimpiange che non sia stato eletto Mitt Romney, chi vuol spedire il presidente a un corso sulla “sensibilità di genere”.

A costo di sembrare insensibile alla “sensibilità di genere”, tocca dire che tutto questo pare una colossale sciocchezza. Primo: il complimento non è assolutamente aggressivo, rivolto a un’amica di vecchia data. Che tra l’altro è una signora di quasi cinquant’anni, non una sprovveduta ventenne. Una donna che ha lavorato e fatto politica, conquistandosi un ruolo e un’indipendenza. L’apprezzamento non è certo paragonabile al “lei quante volte viene?” di Berlusconi, un uomo che non si vergogna di dire che mantiene 42 ragazze, più giovani delle sue figlie più giovani. Ora se Obama non avesse aggiunto l’aggettivo “attraente” sarebbe stato meglio, era probabilmente fuori contesto: ma forse se l’è permesso in virtù della lunga amicizia. E che sia stato costretto a “scuse formali” pare francamente una stupida esagerazione. Più importante che nel suo secondo mandato abbia coinvolto un numero di donne maggiore rispetto al primo (mentre qui in Italia i saggi nominati da Napolitano sono tutti uomini sopra i sessant’anni).

Le persone sono, da un punto di vista fenomenico, anche “persone fisiche”. Sono gesti, sguardi, voce, sono uomini e donne. Le donne sono state per millenni ai margini, in un’indegna condizione di dipendenza, subalternità, esclusione sociale. Nel corso del Novecento molte battaglie sono state vinte per accorciare questo intollerabile divario. Che non è ancora definitivamente colmo. Siamo sicuri che la questione della parità (della “sensibilità di genere”) si risolva obbligando gli uomini a non fare complimenti? E non rivendicando una diversità che arricchisce, il diritto a conciliare, per esempio, il lavoro e la maternità? Sta all’indipendenza intellettuale e culturale (economica) delle donne realizzare un’affermazione che non sia negazione: né di sé né dell’altro da sé. Siamo diversi, ma la femminilità non deve essere nemica della parità. Senza contare che un mondo dove un uomo non può fare un complimento a una donna, nemmeno se è una vecchia amica, è piuttosto triste.

Il Fatto Quotidiano, 7 Aprile 2013