Ci sono centinaia di metafore che potrebbero descrivere, chiosare e spiegare l’epoca che attraversa la televisione pubblica, strumento conteso per la vanagloria, la propaganda e la raccomandazione politica. In quest’epoca di palazzi deboli, però, la Rai è inchiodata ai numeri gelidi e non c’è spazio per la fantasia: il bilancio 2012 – presto ufficiale – segnala 250 milioni di rosso, di cui 50 investiti per le pensioni anticipate, per sfoltire un organico in sovrappeso e molto anziano. La stagione di austerità ha smontato gli ombrelloni che coprivano affari sonanti: le serie televisive, i reality più o meno originali, l’immensa o piccola commessa all’amico di un amico. Ma più si affondano le mani e più la necropoli Rai mostra abitudini e malaffare che non faranno mai diventare rampante quel cavallo morente che accoglie i visitatori all’ingresso.

La salute finanziaria è ancora malandata e preoccupa il -20 per cento di pubblicità – in gioco un centinaio di milioni – che potrebbero far gonfiare i 37 già messi in rosso per il 2013. I conti non tornano non soltanto fra le entrate e le uscite – e un debito consolidato che sfiora i 400 milioni, 370 per l’esattezza – ma anche per le inchieste interne (e dei magistrati romani). La prossima sostituzione di Andrea Lorusso Caputi, che l’azienda giustifica come un normale fine ciclo, ha scatenato i soliti rumori di viale Mazzini. Perché Lorusso Caputi, direttore di produzione, gestisce un sacco di appalti e la sua struttura sta per essere scandagliata dal controllo aziendale. A cominciare da un acquisto per quest’ultimo Festival di Sanremo.

Ecco che qui, di nome in nome, s’arriva a un nuovo debutto: da ieri mattina, Gianfranco Cariola (ex Eni) presiede l’audit – l’organismo che verifica le violazioni dei dipendenti – mentre Marco Zuppi andrà a occuparsi di canone. Anche su Zuppi la vulgata ufficiale precisa che si tratta di una promozione, ma appare bizzarro trasferire colui che ha appena esaminato il caso Tg1: stipendi gonfiati con notturni e festivi fasulli, comprese note spese un po’ allegre. La pratica Tg1 fu chiusa con un esposto alla Procura di Roma che ha aperto un fascicolo, ancora senza indagati e ipotesi di reato, ma che potrebbe contestare la truffa. Siccome le magie per arrotondare la busta paga erano (o sono) diffuse, la Procura potrebbe coinvolgere anche le restanti redazioni Rai, dislocate a Saxa Rubra, lontano dal cuore e lontano dagli occhi.

Senza dimenticare l’indagine sui diritti televisivi di Rai Cinema che si è allargata a Rai2 e il contenzioso con Augusto Minzolini: assolto in primo grado dall’accusa di peculato, si potrebbe andare in appello. Il futuro di viale Mazzini, e soprattutto di Luigi Gubitosi, si decide sul piano industriale. Il gruppo di potenti e anziani (tanti berlusconiani), non soltanto in senso anagrafico, non gradisce questo direttore generale, che si voleva far approvare in Consiglio di amministrazione un progetto di oltre 300 pagine consegnato 48 ore prima. Tra i corridoi hanno persino minacciato la sfiducia.

MA c’è chi ha smesso di lottare. Il vicedirettore generale Gianfranco Comanducci, simbolo del berlusconismo in viale Mazzini e fortunato vincitore di una polizza da mezzo milione di euro per un infortunio in bicicletta, ha firmato la resa con la pensione. E con lui, per diversi motivi, hanno firmato in 400: l’obiettivo di Gubitosi è 600. Queste cifre non sono marginali, però, per il momento, non riflettono la condizione di viale Mazzini: il bilancio continua a perdere milioni. Qui si rischia la morte per emorragia.

Da Il Fatto Quotidiano del 3 aprile 2013