Trasformare i provvedimenti di welfare da costo a investimento per tutta la società, uscendo dalla logica del mero assistenzialismo. Questo l’obiettivo alla base della proposta di “welfare generativo”, avanzata dalla fondazione Emanuela Zancan nel suo rapporto 2012 sulla lotta alla povertà.

Secondo la fondazione “la crisi, con le sue pesanti ricadute sociali, obbliga a ripensare gli strumenti per contrastare la povertà”. Tra il 2005 e il 2009 la spesa sociale dei Comuni è cresciuta del 22%, e quella dedicata alla povertà del 37%, ma con forti differenze a livello territoriale, tra amministrazioni che possono permettersi di spendere di più e altre che tirano la cinghia.”La crisi chiede di mettere in discussione il sistema della spesa sociale e riqualificarlo”, si legge nel rapporto. In questo quadro, “il sistema di welfare deve diventare capace di rigenerare le proprie risorse, non solo economiche, ma anche e soprattutto umane”.

“Nella nostra idea ha poco senso continuare a gestire il sistema dello stato sociale come puro costo – spiega a Ilfattoquotidiano.it Tiziano Vecchiato, presidente della fondazione Zancan – senza chiedersi se questa spesa possa essere rigenerata. I diritti sociali sono ‘a corrispettivo’, se ricevo qualcosa devo chiedermi se posso dare qualcosa in cambio”. Il capitale a disposizione dell’assistenza sociale è pari a circa 51 miliardi di euro, e secondo la fondazione si possono studiare soluzioni per potenziarne il rendimento.

“Cosa succederebbe, ad esempio, se la cassa integrazione alimentasse lavoro gestito a fini sociali?”, si chiedono gli autori del rapporto. In pratica, la fondazione propone che i cassintegrati vengano reimpiegati, anche temporaneamente, da altre realtà “pubbliche, private profit o private no profit”, a condizione che “i proventi di questo lavoro vengano riutilizzati per fini di solidarietà”. Una soluzione che, secondo la fondazione, garantirebbe ai lavoratori “socialità, uscita dalla solitudine, dignità, apprendimento e sviluppo di nuove capacità”, oltre al rendimento economico e alla possibilità di rigenerare le risorse spese per l’ammortizzatore sociale. “Ogni persona che riceve un aiuto – chiarisce Vecchiato – se vuole e alle condizioni che andranno studiate, in questo modo potrà decidere di contribuire ad aiutare gli altri”.

“La proposta va nella direzione giusta, ma con alcuni distinguo”, commenta Stefano Zamagni, docente di Economia politica all’Università di Bologna. “Esistono due modelli principali di welfare: il primo punta a migliorare le condizioni di vita delle persone, ed è quello adottato in Italia all’inizio, che spesso sconfina nell’assistenzialismo. Tu hai fame, io ti fornisco il pane. Il secondo modello va a incidere, invece, sulle cause della fame e dell’ignoranza, e agisce per migliorare le capacità delle persone”. In questo senso si inserisce la proposta della fondazione Zancan, ma, secondo l’economista, “bisogna assicurarsi che anche il contesto sia in grado di offrire opportunità di lavoro. Non basta insegnare alle persone a pescare, come recita il vecchio adagio, ma accertarsi anche che nelle vicinanze ci sia un lago ricco di pesce”. Per Zamagni “l’idea va apprezzata e sarebbe anche fattibile, ma non è risolutiva: la soluzione, come teorizzava Keynes, è dare a tutti un lavoro vero, aumentando le tipologie di imprese e semplificando il quadro legislativo. Il problema è che molti continuano a preferire l’assistenzialismo, e anche i programmi dei partiti non affrontano la questione, proponendo solo forme assistenzialistiche che a lungo termine non saranno sostenibili”.

Di diverso avviso Andrea Fumagalli, docente associato di Economia politica all’Università di Pavia e tra i massimi esperti in Italia di reddito minimo garantito. “L’idea è fattibile, ma il principio non è corretto: se una persona è titolare di una forma di sostegno al reddito, non deve dimostrare di meritarsela”, sostiene l’economista, secondo cui “il reimpiego dei cassintegrati potrebbe portare a fenomeni di abbattimento dei salari e di ‘dumping’ sociale”. Scettico anche Claudio Treves, coordinatore dell’area Politiche attive del lavoro della Cgil. “I cassintegrati mantengono un rapporto con l’impresa, per cui la cassa non si deve considerare un costo, ma piuttosto un investimento sul fatto che questi lavoratori possano rientrare in azienda. Un altro caso è quello dei lavoratori disoccupati o licenziati: a loro sarebbe utile offrire un’opportunità. Ma non è possibile fare le nozze con i fichi secchi: occorrono politiche serie di ricollocamento, che richiedono risorse e strutture competenti”.