L’ultima volta che Giovanni Lindo Ferretti è stato all’Estragon è stato un anno fa, il 30 marzo 2012. Il cantante emiliano tornava sul palco bolognese dopo un po’ di anni di assenza in occasione del tour A Cuor Contento. Il locale era impallato di fan che gli chiedeva di cantare Spara Juri ed Emilia Paranoica, ma in scaletta c’era Amandoti, Cronaca maternale e un’altra decina di brani scelti tra quelli dei CCCP, dei CSI, dei PGR, e di Co.Dex riletti con sensibilità opposte a quelle in cui sono nati, proposti live in tutt’altra dimensione scenica. Sono lontanissimi gli spettacoli punk con Massimo Zamboni,  la soubrette del popolo Annarella, il barista parafascista Fatur, e Francesco Magnelli, e lontane sono anche le tournèe con gli inseparabili Giorgio Canali , Gianni Maroccolo e la bella voce di Ginevra Di Marco. Sul palco essenziale di A Cuor Contento ci sono Ezio Bonicelli e Luca Alfonso Rossi, una batteria campionata, un basso, una chitarra e quel sensuale e inconfondibile salmodiare di Giovanni Lindo Ferretti. Più pacato, scarno, e sobrio.

«è stato un po’ scioccante – aveva commentato il cantante dopo il primo concerto bolognese-, non ha funzionato niente, disastro tecnico assoluto”. 

A un anno di distanza Ferretti torna all’Estragon sabato 23 marzo (inizio concerto ore 22.30, costo biglietto 15 euro) per la seconda tranche del tour. E di sicuro ci sarà ancora qualche testardo nostalgico che resterà deluso nel non ritrovarlo con gli stivali dell’armata rossa, gli occhi depilati e la cresta colorata mentre intona Punk Islam. Ma ormai sono passate centinaia di stagioni da quando il precursore del punk filosovietico italiano militava in Lotta continua, si drogava di Majakovskij e cantava “Allah è grande e Maometto è il suo profeta”. In questo trentennio che lo separa dai primi CCCP Ferretti ha detto, fatto, sostenuto tutto e il contrario di tutto bruciando, come del resto aveva promesso, l’altare dell’idolo su cui l’avevano innalzato migliaia di fan. Ma i suoi clamorosi testa-coda politici e religiosi hanno solo diviso in fan ed ex fan il suo pubblico, senza però smorzare il fascino che dal 1982 caratterizza l’artista emiliano.

Per molti il Giovanni Lindo Ferretti fervente cattolico che ha sposato la causa antiabortista, ha partecipato ai meeting di Cl, che nel 2010 vota la Lega, che appoggia la causa israeliana dopo aver cantato per anni Bombardieri su Beirut, che fa musica liturgica e legge Dante, è un traditore. Ma, commenterebbe lui, m’importa ‘na sega. Come un malato guarito si gode la salute ritrovata nella sua Cerreto Alpi, cavalca a pelo i suoi cavalli, li porta sul crinale e arrivato in cima si accende una delle cinquanta sigarette giornaliere. Forse in questi giorni studia la vita e le opere di Papa Francesco; fino a qualche settimana fa Ratzinger era il suo maestro spirituale. Campa ancora di parole, ma molto meno di un tempo, solo per sopravvivere. “Ogni anno mi metto ad un tavolo, tiro giù cifre per prevedere di quanti soldi avrò bisogno. Quindi decido il numero di date per Giovanni Lindo il cantante”.

Nonostante, o grazie, alla sua complicata saga umana e artistica Ferretti è ancora oggi uno dei pensatori tra i più originali e significativi dell’Italia del secondo dopoguerra, sulla cui inafferrabilità si accaniscono pubblico e critica desiderosi di definirne i contorni sfuggenti, di togliere i ricci a una personalità piena di ghirigori. Ma qualcosa di lui resta sempre fuori. L’ultimo tentativo si intitola Fedele alla linea; è il film di Germano Maccioni prodotto da Articolture in associazione con Apapaja e in collaborazione con la Cineteca di Bologna, che in settimana sarà presentato al Bari International Film Fest, dove il regista bolognese nel 2011 ha vinto il Premio Antonioni con il cortometraggio Cose naturali. Pensiero politico-intellettuale forte e attitudine al punk, cristianesimo e comunismo, musiche popolari e letture salmodianti, questioni esistenziali e storie familiari, palcoscenico e stalla; Fedele alla linea è un film intimo in forma di dialogo tra il regista Maccioni e l’amico cantante Ferretti arricchito con preziosi contributi d’archivio privati e materiali inediti. Infine c’è la musica, dov’è racchiusa l’essenza della sua opera, un excursus dai primi CCCP ai live recenti, fino all’ambiziosa messa in scena sperimentale di un teatro barbarico di uomini, cavalli e montagne.

“Pacificato, senza recriminazione alcuna; non ero nato per fare il cantante, è successo. Cosa ci si aspetta da me resta, per me, un mistero. Anche se di quelli piccoli”.

di Elisa Ravaglia