In questi giorni post elezioni l’informazione è tutta orientata all’analisi dei risultati e dello tsunami politico ad essi correlato. Anche San Precario ha detto la sua, e continuerà a farlo. Ma parlare di reddito non è la nostra unica vocazione, e da sempre troviamo nell’opposizione quotidiana alla precarizzazione la nostra ragion d’essere. Per questo reputiamo fondamentale denunciare quanto è accaduto a Torino.

Da un anno stiamo supportando la lotta di alcune (ex) lavoratrici del callcenter Comdata, una delle aziende che sul piano nazionale gestisce servizi di customer care per le principali imprese italiane.

Queste lavoratrici, dopo più di un anno di lavoro su commessa Eni (commessa ancora in corso), sono state lasciate a casa, senza alcuna motivazione se non mantenere alto il ricatto verso i colleghi. Non rassegnate hanno deciso di impugnare questa decisione davanti a un tribunale in quanto, come più volte affermato da altri tribunali, i contratti a tempo determinato sono illegittimi se non giustificati da picchi produttivi. Per noi questa è ordinaria amministrazione, e quasi sempre vediamo ristabiliti i nostri diritti. Eppure questa volta qualcosa è andato storto. Con una sentenza del 7 Febbraio, a firma del giudice Fierro, una di queste lavoratrici non solo ha visto respingere il suo ricorso, ma si è ritrovata, disoccupata, ad essere condannata al pagamento delle spese processuali (4000 euro!).

Pur essendo prerogativa del giudice, era abitualmente in uso la prassi di compensare le spese processuali nelle cause di lavoro che non fossero palesemente pretestuose. Dall’entrata in vigore del Collegato Lavoro (2 anni fa) abbiamo assistito ad un progressivo abbandono di questa prassi e la recente Riforma Fornero ha peggiorato la situazione: con l’obiettivo di velocizzare le cause di lavoro, è stato creato un meccanismo estremamente sbilanciato verso le aziende.

In aggiunta, lo stato di crisi generale porta sempre più spesso i giudici ad essere tolleranti verso comportamenti al limite della legalità, come a dire – e a volte l’hanno pure scritto -, che “la situazione è difficile, non si può fare proprio tutto come andrebbe fatto”.

Tutto questo ha prodotto un clima fortemente intimidatorio nei confronti di quei lavoratori che cercano giustamente di far riconoscere i loro diritti, con l’effetto di scoraggiarli.

Un clima di questo tipo fa molto male al nostro paese, dove tutte le norme sul lavoro vengono violate o eluse con un frequenza incredibile e dove persiste ancora un’enorme sacca di lavoro nero.

Ovviamente San Precario non si arrende. Stiamo valutando gli estremi per il ricorso in appello, e presto Comdata e amici sentiranno la nostra voce. Forse, per cambiare davvero le cose in questo paese, sono necessari un moto di indignazione e un’azione che non si limitino alle grandi questioni nazionali, ma che sappiano dar voce e forza a chi ogni giorno lotta contro i piccoli soprusi quotidiani, che sono il vero strumento di potere di questa classe dirigente, sia essa politica, economica o giuridica.