Papa Francesco: ovvero il pontefice dell’austerità. È l’immagine che emerge dai primissimi gesti dell’ormai ex cardinale Jorge Mario Bergoglio eletto al quinto scrutinio come successore di Benedetto XVI. Un Papa “indomabile” che, come Angelo Giuseppe Roncalli, non vuole rimanere rinchiuso nelle mura vaticane e soprattutto vuole, anche con l’abito bianco, essere padrone della sua vita. “Non sono un indifeso” ha detto con forza, ma invano, agli uomini della Gendarmeria Vaticana che lo hanno scortato, stamane, nel suo breve e intenso pellegrinaggio nella Basilica romana di Santa Maria Maggiore.

Francesco ha criticato duramente la decisione degli uomini della sicurezza vaticana di chiudere ai fedeli la Chiesa madre di tutti gli edifici di culto mariano nel mondo. Il vescovo di Roma, “preso quasi alla fine del mondo”, vuole continuare a vivere in mezzo alla sua gente così come ha sempre fatto nella sua ormai ex arcidiocesi di Buenos Aires. Popolo e vescovo, come ha sottolineato ieri sera nel suo primo messaggio al mondo dalla loggia centrale della Basilica Vaticana, uniti per iniziare un cammino di “purificazione” contro il “carrierismo”, due parole chiave usate dall’allora cardinale nel suo intervento nelle congregazioni generali dei porporati che hanno preceduto il conclave che lo ha eletto Papa.

Più francescano del poverello di Assisi: nella Cappella Sistina, subito dopo la sua elezione, ha ricevuto l’atto di omaggio dei cardinali elettori rimanendo per tutto il tempo in piedi senza sedersi sul tronetto bianco; al collo ha voluto tenere la sua croce pettorale e non quella d’oro preparata per il nuovo Papa; dopo il saluto alla folla, Francesco è rientrato a Santa Marta nel pulmino insieme con gli altri cardinali e non ha voluto usare la macchina ufficiale targata SCV1; stamane, dopo il pellegrinaggio alla Basilica liberiana, Bergoglio è passato alla Casa del Clero, dove era ospite come cardinale durante il periodo delle congregazioni generali, ha preso le sue valigie e ha pagato la fattura come un semplice sacerdote.

Non è disponibile, il neo Pontefice argentino, a indossare i paramenti da “museo” utilizzati da Benedetto XVI e amati dal maestro delle celebrazioni liturgiche pontificie Guido Marini. Proprio con lui, confidano in Vaticano, ieri sera, prima della benedizione Urbi et Orbi, c’è stato un duro scontro. Francesco ha rifiutato di indossare la mozzetta rossa, la mezza mantella degli ecclesiastici che copre solo le spalle, di velluto rosso e bordata di ermellino. La stola rossa, invece, il neo Papa ha voluto adoperarla soltanto per la benedizione alla città di Roma e al mondo, ma poggiandosela sulle spalle e togliendosela da solo, sfilandola, in entrambi i casi, dalle mani del cerimoniere Marini.

Oggi con la Messa con i cardinali elettori nella Cappella Sistina c’è stata la prova del nove del rapporto di Papa Francesco con la liturgia e con monsignor Marini. Il Pontefice argentino ha indossato paramenti moderni come Giovanni Paolo II e non quelli di Pio IX rispolverati da Benedetto XVI. Non ha ripreso la stupenda croce astile dello scultore napoletano Lello Scorzelli passata nelle mani di Paolo VI, Giovanni Paolo I e Giovanni Paolo II e poi riposta da Benedetto XVI. Ma non ha nemmeno usato quella di Pio IX adoperata per un certo periodo da Ratzinger. Segnali chiari dai quali si intuisce che lo spirito francescano incarnato da Bergoglio entrerà non solo visibilmente nella Curia romana e nei gesti dei primi giorni che tanto entusiasmo suscitano nei fedeli di tutto il mondo.

Non ci si può fermare, però, alla scorta, al rapporto con i fedeli o ai paramenti liturgici. Sulla sua scrivania, tolti i sigilli dall’appartamento pontificio, troverà subito i due tomi del voluminoso dossier Vatileaks. Come si confronterà con la politica del segretario di Stato di Benedetto XVI, Tarcisio Bertone? Quali saranno le sue decisioni sullo Ior, la banca vaticana, sull’antiriciclaggio, sulla trasparenza finanziaria, sulle nomine episcopali monopolizzate dal porporato salesiano nei sette anni in cui è stato il “premier” di Ratzinger? E soprattutto confermerà Bertone donec aliter provideatur, cioè fino a nuovo provvedimento, oppure nominerà subito un nuovo segretario di Stato? Il cardinale salesiano, considerato da non pochi prelati “il vero peccato originale” del pontificato di Benedetto XVI, si avvia, il prossimo 2 dicembre, a compiere 79 anni. Per la legge della Chiesa a 75 anni scattano le dimissioni, ma Ratzinger non si è mai voluto privare della collaborazione del suo segretario di Stato rinnovandogli fino alla fine del pontificato la sua totale fiducia, nonostante voci autorevoli molto critiche come quella dell’ex presidente della Cei Camillo Ruini. E Papa Francesco?