Undici abitanti. Mille metri di altezza per un centro abitato così antico da trovarne traccia già due millenni fa. Strade strette, talmente strette da non poter concepire alcun passaggio di spazzaneve. Dopo una bufera, a Cerreto Alpi, l’unica è tirare fuori la pala, a braccio, come un tempo. Nella parte bassa del paese si apre la porticina laterale di una casa. Esce un uomo vestito da montanaro, infagottato, con un cappellino amaranto. Carica la legna. “Mi scusi, vengo da Roma per incontrarla. Ha cinque minuti?”. Silenzio. Attimi di riflessione. Poi un accenno di sorriso. “Oggi è una giornata particolare, dove ho capito una cosa: devo assecondare gli eventi. Quindi mi segua dentro, le offro un caffè”. Il signore, sessant’anni a settembre, è Giovanni Lindo Ferretti. Ex di Lotta continua, ex comunista, ex voce e leader di Cccp, Csi e Pgr. Migliaia di dischi venduti, centinaia di concerti. Poi basta. La scoperta della fede, il totale rispetto dei dogmi, la ricerca dell’essenziale. Via l’effimero, rifiuto del passato, la voce utilizzata per recitare preghiere e cantare litanie. L’etichetta di “folle” ottenuta da quasi tutti i suoi vecchi amici, mentre i fan, spiazzati e increduli, in gran parte delusi, cercano risposte con gruppi di discussione su internet , o si arrampicano fino a Cerreto. Lui nel frattempo ha buttato il cellulare nella spazzatura, si riscalda a legna, l’unico lusso è andare al bar di un paesino vicino: “Ogni tanto mi riconosce un forestiero e il proprietario del locale mi definisce ‘il cantante’. Non sa la vergogna. Il cantante non esiste più”.

Eppure fa ancora dei concerti.
Sempre meno, ed è solo per sopravvivere. Ogni anno mi metto a un tavolo, tiro giù cifre per prevedere di quanti soldi avrò bisogno. Quindi decido il numero delle date per Giovanni Lindo il cantante (a breve tre serate in altrettanti club).

Lo dice in terza persona.
Sì, non mi appartiene.

Rifiuta il suo nome?
Non potrei. Mio padre è morto quando sono nato. Mi chiamo come lui. Ogni volta che mia madre mi guardava e diceva ‘Giovanni’ aveva un velo di sofferenza negli occhi.

Si è mai sentito in colpa per questo?

Mai. Sono stato molto amato dai miei nonni, dai miei zii e dai miei vicini di casa. Non ho mai avuto dubbi sulla mia legittimità. Però mia madre era una giovane vedova dei primi anni Cinquanta. Era nella merda. Lavorava sempre, doveva mantenere me e mio fratello. (Ha preparato il caffè, si toglie il giaccone. È meno magro, meno efebico di quando saliva sul palco. Nel 2002 è guarito da un tumore alla pleura. Ora ha mani callose di chi lavora la terra e i capelli bianchi sparati in aria. Si siede su uno sgabello. E racconta)

Cosa faceva sua madre?
Prima la lavapiatti in un albergo, poi aiuto cuoca e cuoca.

Canticchia mai?
(sorride) Sì, ma non vecchie canzoni. Solo litanie.

In un pezzo dei Csi diceva: “Non fare di me un idolo mi brucerò, se divento un megafono mi incepperò”.
Le canzoni sono come i figli: una volta che sono nate uno se le aggiusta a sé.

Però lei manifestava una sofferenza. Nessuno capiva.
Probabilmente non gli interessava farlo. Vede, il rapporto con la musica nell’età moderna è complicato. Ha assorbito tutta una serie di valenze fideistiche. Io già allora stavo malissimo.

Tanto da isolarsi nel paese d’origine.
Sì e ho lasciato solo due o tre fili che mi legano alla contemporaneità.

C’è stato un punto, un momento chiave dove ha detto basta?
Non uno. Tanti. Lunghi e sofferti. In realtà avrei dovuto smettere quando si sono sciolti i Cccp, sarebbe stato ovvio. Dopo una storia figosissima, inimmaginabile a priori.

Perché?
Non avevo mai pensato di fare il cantante.

Come ha iniziato?
Per caso a Berlino. Ai tempi ero operatore psichiatrico per una Usl, poi un giorno mi resi conto che dovevo smettere altrimenti sarei morto. Così mi presi una vacanza e andai in Germania. Era il 1980. E lì ho scoperto un mondo che non immaginavo, con musica punk e reggae ovunque. Una meraviglia. Stavo benissimo.

Era già consapevole della sua voce?
È un aspetto con il quale ho fatto i conti da bimbo. E che avevo accantonato.

Da bambino, grazie a chi?
Dovevo iniziare le elementari e ci fu una riunione tra mia madre e mia nonna durante la quale fecero il punto: dopo la morte di mio padre avevano venduto tutte le bestie, eravamo in miseria. Ma io e mio fratello dovevamo comunque studiare, e non qui a Cerreto Alpi, quindi mi spedirono in collegio. E lì, dopo solo un anno, la suora decise che avevo una gran bella voce e diventai il solista del coro. Mi portarono anche allo Zecchino d’oro.

Lo Zecchino d’oro?
Sì, lo so. È un aspetto ridicolo della mia vita.

Torniamo “all’altro ieri”: ha detto che con i Cccp doveva finire, eppure i lavori più belli li ha realizzati con i Csi, come il live acustico “In quiete”.
È l’unico disco che non riesco ad ascoltare: ero malatissimo, non stavo in piedi e ho partecipato alla registrazione solo perché volevo bene ai miei compagni di viaggio. Insomma, non potevo di dire di no. Inoltre avevamo fatto tutte le prove con un microfono che mi piaceva moltissimo, poi all’ultimo momento me lo hanno cambiato ed è mutato anche l’ascolto che avevo della mia voce in “spia”.

E cosa sentiva?
La voce di una persona che stava morendo. 

Nel disco quando presenta il brano Io sto bene, aggiunge “è un eufemismo”.
Sì, non potevo non dirlo. Mentre gli altri erano tutti contentissimi. Irradiavano salute.

Ha continuato a incidere dischi.
Di questo ho incolpato i miei compagni, i miei amici.

Sapevano della sua sofferenza psicologica e fisica?
Certo. Ma loro sono veri musicisti, usano la musica come terapia. E lo è. Grazie a loro anche per me lo è stata, e grazie a loro per qualche tempo sono riuscito a percepire questo benessere. Fino a quando tutto è finito. Salivo sul palco con una corda intorno agli occhi: il pubblico pensava fosse una moda alla Ferretti, in realtà non riuscivo a guardare la folla.

La band ha accettato questo nuovo percorso?
Massimo (Zamboni, co-fondatore dei Cccp e Csi) non credo. Mentre con gli altri c’è sempre stato un grande affetto.

Li sente?
Non sento nessuno.

Ha il telefono?
Da qualche tempo sì, ma dopo quattro squilli scatta la segreteria con il suono della caldaia. Da quando è morta mia madre (un anno fa) mi capita di rispondere, tanto sono tranquillo: o è la banca, il dottore o il prete. Gli altri hanno desistito.

Nella sua vita precedente riempiva i palazzetti. Avrà qualche soldo da parte.
I primi anni non erano clamorosi. Poi ero comunista e da tale mi comportavo. 

In che modo?
Ho sempre diviso tutto con tutti e in maniera uguale. E continuo a farlo anche oggi.

Con i Csi è arrivato primo nella classifica di vendite.
I guadagni di quel periodo li ho utilizzati per ristrutturare questa casa che ha più di mille anni. Sia ben chiaro: qui dentro non sono il proprietario, ma il custode, come faccio con i miei cavalli e con un pezzo di montagna. 

Ma era realmente comunista?
Non meno di tutti coloro che si sentono tali.

Ora è un integralista cattolico. Qual è il filo conduttore. Se c’è…
La mia vita. Sono nato in una casa antichissima di pastori e montanari con alterne vicende. Erano cattolici e tradizionalisti, votavano tutti Dc in un’epoca nella quale non c’erano ancora la televisione e la strada asfaltata. La modernità è arrivata nel 1953, esattamente quando sono nato. La mia educazione è stata da bimbo cattolico.

Sua madre ha sofferto quando si è allontanato da tale percorso?
Più che sofferto. Ma io sono cresciuto con la mia generazione.

Cosa pensava del Giovanni Lindo cantante?
Credo non si sia mai detta la verità.

Non si sarà detta la verità sulla professione, ma allora vestiva in maniera piuttosto eccentrica…
Il vero problema si è creato quando ero un liceale e sono diventato un estremista di sinistra. Lì hanno dovuto, tutti, capire una cosa che nelle famiglie tradizionali è evidente: i figli son di Dio non dei genitori. 

Che faceva da liceale?
Prima il comunista, poi in Lotta continua. Quindi il punkettone.

Un punkettone con tanto di cresta.
L’ultimo anno dei Cccp ho ricominciato a frequentare Cerreto. Mi presentavo con i capelli sparati in aria e colorati, rasati ai lati, gli stivali e la minigonna. Sa qual era il bello? A parenti e vi cini non interessava.

Non la giudicavano.
Loro vedevamo solo me, tanto li avevo già delusi prima, oramai ero quello che ero. Mi accettavano. Avevo la mia legittimità. Le faccio un esempio: all’inizio della storia dei Cccp avevo i capelli rossi e gli occhi truccati. Dopo due o tre anni che mancavo dal paese, tornai e incontrai le mie due vecchie zie adorate. Vennero da me con le lacrime agli occhi e dissero abbracciandomi: ‘Ci avevano detto che ti eri tinto i capelli, ma in realtà sono quelli di tuo padre!’. Loro mi vedevano con l’occhio dell’amore familiare.

Mentre il pubblico…
Con un amor proprio, legittimo. Vedono la loro storia. Loro hanno una ragione, io un’altra.

Per alcuni fan ora è un traditore.
Sono anni che aspetto che qualcuno me lo dica in faccia. Sono anni che attendo la possibilità di instaurare un dibattito sull’argomento. Mai niente. Ci ho anche perso il gusto.

Nella sua vita ha sempre mantenuto un filo con la preghiera?
No. Ero ateo e bestemmiatore. Ma non sono mai stato sereno come ora. Anche se il sigillo lo mette solo la morte.

È considerato un seguace di Ratzinger.
Lo considero il mio maestro.

Ora ha abbandonato…
Ci sono rimasto malissimo. Malissimo. Per un giorno ho pensato: “Come è possibile che accada questo”. E l’ho interpretato come la certificazione di un disastro in atto.

Poi?
Ho cercato di vederlo positivamente e con la ragione ci riesco. Ma solo con quella. Al Papa va dato solo rispetto e obbedienza.

Mentre ora.
Inquadro il suo gesto come coraggiosissimo. E sono felice di lui, nella sua figura leggo la somma di un pensiero e di un’era che oramai è giunta alla fine e che ha reso grande l’Europa. Quindi una capacità di raziocinio che tiene conto della realtà.

Il prossimo Papa?
Spero non sia europeo, magari asiatico. E sarebbe la fine dell’Europa, perché non ci rendiamo conto che esistiamo grazie a una delle più grandi autorità mondiali. Ora la massima espressione di tale autorità è in Africa, America Latina e Oriente.

Viene mai a trovarla qualcuno?
Ogni tanto qualche fan, persone più che dignitose che si “arram picano” sui monti come in una gita. Proprio questa mattina una coppia di Bologna.

Nei suoi concerti attuali, canta anche vecchie canzoni?
Dei Cccp sto recuperando Battagliero, Per me lo so e Tomorrow.

Amanda Lear (con la quale cantava proprio Tomorrow) pare abbia anche lei qualche dubbio rispetto alle sue scelte.
(Scoppia in una lunga risata, gli brillano gli occhi) Ditele che vorrei tanto incontrarla. E comunque, nel caso, è un punto di onore! Quando l’abbiamo conosciuta, l’Italia era in preda a un dilemma: ma è un uomo o una donna?

Per svelare l’arcano si fece fotografare nuda…
Una volta salì con noi sul palco del Palalido, a Milano, senza niente indosso, vestita solo di una rete a maglie larghe e una striscia di scotch in mezzo alle gambe. Il pubblico ci tirava di tutto.

E lei che faceva, Giovanni?
Ero stato avvelenato. Non so da chi, ma ero a pezzi. Sono salito lo stesso sul palco, ma ho iniziato a perdere i sensi. Mi sorreggevo con il microfono.

Non si è fermato?
Per un punkettone morire sul palco era una cosa strepitosa!

E lei non voleva essere da meno.
Ma no! A un certo punto, uno dalla platea mi gridò: “Ferretti muori per noi”. Gli risposi: “Preferirei risorgere”. Una delle mie migliori battute. Posso farle una domanda?

Prego.
Ma quanti anni ha Amanda?

Più di 70.
Molto di più! Trent’anni fa sono stato una settimana sempre con lei. Mai riso tanto. Raccontava delle storie di prima mano sulle Avanguardie che mi rapivano. E comunque è ovvio che è arrabbiata con me, altrimenti non sarebbe una persona seria. Anche io, al posto suo, o al vostro, lo sarei. Ci saluta. Deve raggiungere i suoi cavalli, portare la legna. Inizia a fare buio. La radio, in macchina, trasmette una canzone di Franco Battiato: “E il mio maestro mi insegnò com’è difficile trovare l’alba dentro l’imbrunire…”. Giovanni Lindo Ferretti sembra averla trovata, l’alba.

Dal Fatto Quotidiano del lunedì, 11 marzo 2013