Se il quadro istituzionale si é trasformato in un puzzle, la soluzione della complessa ricerca di un nuovo governo potrà essere trovata solo applicando la logica del puzzle, non altra cui eravamo abituati. Una lettura illuminante è stata per me rappresentata dai testi di Levitt e Dubner (Freakonomics e Superfreakonomics) che mettevano in guardia dalla tentazione di voler leggere i fatti, economici, ma non solo, per come noi vorremmo che fossero invece di leggerli per come effettivamente sono, attraverso le aspettative o gli incentivi che effettivamente motivano le persone e determinano quindi i mutamenti sociali.  

Disponiamo quindi come su di un tavolo le tessere del puzzle che dovrà risolvere, con l’incombenza del semestre bianco, il presidente Napolitano per verificarne, con libertà mentale e senza pregiudizi, le effettive compatibilità. Il M5S afferma che “non fa alleanze e non darà la fiducia ai vecchi partiti”. Il Pd dal canto suo afferma, quasi unanime: “mai con il Pdl”. La prorogatio del governo Monti con “le mani legate” all’ordinaria amministrazione mentre il Parlamento legifera delle riforme gradite al M5S e condivise a destra oppure a sinistra, sembra più un caso di scuola che una possibilità reale. Il solito intervento da civil servant del Governatore della Banca d’Italia potrebbe avere il gradimento dei partiti, ma forse non del M5S. I governi tecnici sono stati bruciati da Berlusconi sfruttando la memoria breve dell’elettorato che ricorda il “lavoro sporco” (e sicuramente pavido) dei tecnici guidati da Monti, ma non più le condizioni che lo hanno invocato. Esistono allora altre exit strategy all’impasse istituzionale?

Il M5S all’accusa di non avere il senso della responsabilità che la congiuntura richiede, risponde rivendicando la validità del “modello Sicilia”. In Sicilia si è votato in autunno, con un esito forse sottovalutato che si è puntualmente trasferito, con gli interessi, a livello nazionale. E in Sicilia un presidente movimentista che non ha avuto bisogno di un voto di fiducia c’è e opera con l’appoggio del Pd e del M5S sulle proposte concrete. Chi era mai riuscito, nonostante le promesse, a pensare di abolire le Province o ad attaccare frontalmente la malaburocrazia?

Potrebbe il governatore Crocetta dimettersi per continuare a livello nazionale l’operazione politica in corso nella quale lui pensa di essere “più grillino dei grillini” e di saperli gestire mentre i ragazzi del M5S all’Ars sono convinti dell’esatto contrario? Potrebbe mai il Pd non sostenere a Roma chi sostiene a Palermo? Le tessere del puzzle sembrano coincidere e ancora una volta la Sicilia potrebbe rivelarsi un laboratorio politico capace di elaborare alchimie da esportare a livello nazionale, incanalando in argini democratici un crescente malcontento e realizzando quelle riforme elettorali, di moralizzazione della vita pubblica e di contenimento dei costi della politica che tanti invocano come priorità assoluta dell’azione di governo. Meglio tornare al voto in Sicilia o in Italia?