Da quanto ho capito, per essere dei veri fighi, accodarsi al diffuso dileggio dei neoeletti del Movimento 5 Stelle sui social network magari da solo non basta, ma da qualche giorno aiuta parecchio. Per mia sfortuna, ogni volta che nella vita ho provato a essere un vero figo ho finito sempre per fare la figura dello scemo. Perciò, senza rimpianto, dichiaro subito che non mi accoderò.

Primo, perché prendere per il culo qualcuno per il fatto che sembra una persona normale, una volta che ti hanno spiegato che cos’è un paradosso, può risultare complicato. Secondo, perché per carattere, se vedo una cosa che lì per lì mi pare un po’ strana, o perfino ridicola, preferisco provare a comprenderla nel profondo, mettendola in connessione con gli altri segnali altrettanto curiosi che, stando solo un po’ attenti, si possono captare nella realtà.

Che le cose cambiano è risaputo, ma difficilmente accogliamo un cambiamento di buon grado. Te ne accorgi al concerto di Fossati, quando ti ritrovi stravolto l’arrangiamento della tua canzone preferita e alla tua ragazza dici: “ma sì, dai, è bella anche suonata così”, e lei annuisce, ma come te non vede l’ora di tornare in macchina e spararsi a palla il cd con la versione originale.

Nella ripetizione del sempre uguale noi ritroviamo l’identità (dal latino idem, stesso, medesimo), sia delle cose che, tramite la relazione che con esse stabiliamo, di noi stessi. Perciò, una volta che un manipolo di gente normale (e tra la gente normale ci sta pure chi non sa dire l’esatto numero dei senatori) giunge in Parlamento e si presenta al popolo italiano su Youtube come avrebbe fatto alla prima riunione dei rappresentanti di classe in un liceo, l’identità delle cose che abbiamo fin qui conosciuto, e con cui per tanti anni siamo entrati bene o male in relazione, va a farsi benedire. Trascinandosi dietro un pezzo della nostra stessa identità. E, presi nelle spire del meccanismo di negazione (qual è la derisione), non ci accorgiamo di quanto siamo invischiati in un’estetica della rappresentatività che, nel mondo attuale, comincia a non avere più senso.

I militanti del M5S, e non solo loro, sono anni che parlano di democrazia diretta e intelligenza collettiva senza che nessuno tra i maggiori commentatori politici si sia mai preso la briga di provare a prenderli sul serio. In pochissimi sono sembrati accorgersi che l’intelligenza collettiva, e pertanto anonima, è già da anni una realtà. Basti pensare a wikipedia o all’esperienza delle smart cities e della progettazione partecipata. Ancora meno sono quelli che hanno seguito la recente vicenda islandese, dove, sotto una forte pressione popolare, e forse ignorando che si trattava di utopia, è stata realizzata una forma di democrazia diretta che ha permesso a tutti i cittadini di contribuire alla stesura della Costituzione. Online, usando Facebook e Twitter.

Mentre la sinistra italiana ancora dibatteva di partito liquido o partito solido e la destra restava incantata dalla leadership carismatica, il mondo andava avanti e cambiava tanto rapidamente quanto radicalmente. E benché in molti adesso siano disposti loro malgrado ad ammettere questo mutamento, ancora in pochi sembrano capirlo.

Non ci troviamo di fronte a una trasformazione sociale, ma antropologica. Grazie alle nuove tecnologie e all’impatto che hanno avuto sul modo di comunicare e interagire con la realtà, l’Uomo è un animale diverso rispetto a quel che era solo qualche decennio fa. Ed essendo la società un’espressione umana, anche questa dovrà necessariamente cambiare.

La mia opinione è che tra cinquanta o sessant’anni i nostri nipoti penseranno della democrazia rappresentativa più o meno quello che noi oggi pensiamo della monarchia assoluta: una barbarie del passato. Abituiamoci a vedere anonimi personaggi in maglioncino, con la barba sfatta o con un poppante al seno alternarsi nei vari ruoli di capogruppo in Parlamento o magari ministro della Repubblica mentre ci rendicontano sulle loro azioni in web-streaming con una ripresa semi-amatoriale e traballante. Faremmo meglio a provare a non concentrarci sull’aspetto, sulle lacune o sul loro fare impacciato, che poi, il più delle volte è pari pari al nostro. Sanno che la loro parte è solo un pezzo, un piccolo wiki-contributo che arricchisce il quadro complessivo senza esaurirlo, per semplice accumulazione, e che altri arriveranno dove loro non riescono o non possono.

Nell’intelligenza collettiva nessuno, per definizione, emerge sugli altri; per questo le voci di wikipedia non vengono firmate. E tutti possono contribuire, anche tu, chiunque tu sia. I tuoi eventuali errori saranno corretti da qualcun altro, i suoi da un terzo e così via. Il concetto di autorità, da cui discende l’autorevolezza, più che essere abolito è diffuso e spalmato ovunque, su tutti, tanto da diventare inidentificabile in qualcuno ma solo in qualcosa. Il singolo contributore può non essere affidabile, ma wikipedia, nel suo insieme, lo è quasi quanto l’Enciclopedia Britannica, stando allo studio della rivista Nature, con la differenza che è gratis e che viene aggiornata in tempo reale. Afferrato il concetto?

Funzionerà sempre di più così, che ci piaccia o meno. È il Nuovo Mondo, popolato da una nuova, crescente umanità. E magari sbaglio, ma sospetto che tra non molto, quelli che adesso fanno i fighi sghignazzando sull’ingenua normalità dei parlamentari Cinque Stelle, finiranno per fare la figura degli scemi. Proprio come capita a me.