L’ex direttore de L’Avanti Valter Lavitola è stato condannato a 2 anni e otto mesi per tentata estorsione ai danni di Silvio Berlusconi. La sentenza è stata emessa dal giudice per l’udienza preliminare Francenco Cananzi al termine del processo con rito abbreviato. Il pm Vincenzo Piscitelli aveva chiesto per il giornalista quattro anni di carcere. Lavitola, arrestato il 16 aprile scorso dopo un periodo di latitanza nell’ambito dell’inchiesta sui fondi all’editoria, era un uomo molto vicino all’ex presidente del Consiglio. Tanto da fargli una serie di favori: dall’aver comprato il senatore Sergio De Gregorio (Berlusconi è indagato per corruzione a Napoli, ndr) alla costruzione del dossier sul Gianfranco Fini, di cui poi aveva chiesto conto in una lettera di venti pagine. Nel documento Lavitola elencava le tante promesse non mantenute dall’allora presidente del Consiglio: “Entrare nel governo o nel Parlamento europeo o almeno nel Cda Rai”; ottenere comunque “un incarico importante all’inizio del 2010; “collocare Iannucci nel Cda dell’Eni”; “nominare (Paolo) Pozzessere almeno direttore generale di Finmeccanica”.  

Nella lettera rintracciata dagli inquirenti sul computer di Carmelo Pintabona, l’uomo d’affari e politico di origine siciliana che con Lavitola era indagato per tentata estorsione all’ex premier e che oggi è stato assolto- c’era di tutto. Dai cinquecentomila euro per distruggere Gianfranco Fini, dall’incessante opera per comprare i senatori del centrosinistra ad epoca del governo Prodi alla distruzione di foto di Silvio Berlusconi con alcuni camorristi. Ma non solo: informazioni a Clemente Mastella sulle indagini della procura di Santa Maria Capua Vetere. “Le cose fatte tra noi le ho fatte scientemente e come tale da uomo. Lei, non sarà mai coinvolto! Dico mai e poi mai!”, garantiva l’ex direttore de L’Avanti! Nel testo, zeppo di refusi e strafalcioni, Lavitola elencava una serie di benefici che l’ex premier gli avrebbe concesso in cambio di favori vari. In particolare, un rimborso spese per il suo viaggio a Santa Lucia, in Centro America, per procurare atti che avrebbero dovuto dimostrare che proprietario effettivo dell’appartamento (un tempo appartenuto ad An) era il cognato di Fini.