“Uno scontro tra titani”, lo ha definito Barry Steinhardt, presidente di Friends of Privacy, una delle tante organizzazioni impegnate nella battaglia. Su una barricata c’è l’Unione Europea, che sta mettendo a punto una serie di misure per proteggere la privacy dei suoi cittadini dalla caccia ai dati personali scatenata dalle corporation; sull’altra ci sono i colossi statunitensi dell’hi-tech, da Google a Facebook, i cui lobbisti si stanno battendo a Bruxelles a colpi di milioni di dollari perché l’Ue cambi idea e lasci libere le aziende di continuare a rastrellare i dati degli utenti di internet senza che questi ultimi ne sappiano poco o nulla. Ad aiutarli c’è il governo di Washington, timorosa che la stretta possa danneggiare l’industria della tecnologia a stelle e strisce.

Da un anno tra le due sponde dell’Atlantico – racconta MotherJones – è in atto una guerra silenziosa il cui esito sarà fondamentale per il futuro del diritto alla privacy nell’Ue. E non solo. “Bruxelles, 25 gennaio 2012 – si legge sul sito dell’Ue – la Commissione Ue ha proposto una riforma organica delle leggi europee sulla protezione dei dati personali risalenti al 1995, allo scopo di rafforzare la protezione della privacy online”. L’idea è quella di sostituire le legislazioni dei singoli Stati con un unico corpus di norme e un’unica autorità garante. Le proposte sono sul tavolo del Consiglio Ue: entro fine aprile è attesa la bozza definitiva che, se convertita in legge, vedrà la luce nel 2014.

Perché la lobby dell’hi-tech made in Usa sta sudando freddo? Tre i motivi. In base alle nuove norme: le aziende non potranno più raccogliere i dati senza il consenso degli utenti, “che dovrà essere esplicito e non più presunto”. Inoltre  gli user potranno richiedere alle aziende di cancellare in maniera definitiva i loro dati (diritto all’oblio) e le compagnie dovranno avvertire le autorità di eventuali violazioni dei dati entro 24 ore; 4) in caso di inadempimenti, le aziende potranno essere multate fino al 2% del loro fatturato annuo. Le nuove norme andrebbero a limitare l’utilizzo della pubblicità mirata e confezionata sui gusti del singolo utente, di cui aziende come Facebook e Google fanno largo uso. Per i colossi dell’hi-tech tutto ciò si tradurrebbe in perdite incalcolabili, così si sono mossi.

Digital Europe, organizzazione di cui fanno parte Microsoft, Cisco, Intel, Ibm e Oracle, ha presentato una serie di proposte per annacquare le restrizioni, riporta il New York Times. E molte corporation hanno inviato a Bruxelles i loro lobbisti per neutralizzare la riforma a suon di milioni. Lo dice il Registro della Trasparenza dell’Ue. La più attiva è Microsoft: 19 lobbisti per una spesa di 5,9 milioni di dollari tra il 2011 e il 2012; 7 i lobbisti di Ibm, che nel 2012 ha investito 1,3 milioni. Tra i giganti del commercio dei dati, è Google a segnare la strada: 7 lobbisti e “tra i 600 e i 700 mila euro” spesi in “attività di diretta rappresentanza di interessi presso le istituzioni dell’Ue” nel solo 2011. Chiudono la top five Intel, con 6 lobbisti e 2,3 milioni spesi nel 2012, e Facebook: 3 lobbisti e 640 mila dollari investiti nel 2012.

La “guerra” coinvolge anche il governo Obama: il Department of Commerce – spiega il New York Times – teme che le nuove norme possano far perdere milioni, se non miliardi, all’industria Usa in Europa. Per questo anche Washington sta esercitando la sua parte di pressione: durante un discorso a Bruxelles il 4 dicembre, l’ambasciatore Usa, William E. Kennard, ha esortato il Parlamento Ue a modificare la parte della normativa che imporrebbe alle imprese di ottenere il consenso esplicito degli utenti prima di raccogliere i loro dati e garantirebbe loro il diritto all’oblio. Solo quest’ultimo obbligo renderebbe la vita impossibile a Google e a Facebook: è un viatico per la censura “più pericoloso di un rogo di libri”, scrive sul suo blog Peter Fleischer, membro del Google’s Global Privacy Counsel. La differenza è culturale. Negli Stati Uniti la privacy è questione di consumo, l’Ue la considera un diritto civile. “Negli Usa la legge protegge i dati personali solo in casi specifici, come i registri sanitari o finanziari – spiega al Nyt Ben Wizner, avvocato dell’American Civil Liberties Union – e consente alle imprese di raccogliere i dati sul web solo con controlli della privacy stile prendere o lasciare”, come fa Facebook. Così “quando Google e Facebook saranno costrette a rispettare le leggi dell’Ue, non potranno più giustificare l’inadeguatezza della protezione dei dati che affligge gli Usa”, chiosa John Simpson di Consumer Watchdog. Gli occhi del mondo sono puntati su questa battaglia. “L’Asia, l’America latina e l’Africa hanno bisogno di continuare a fare affari con l’Ue e gli Usa – conclude Steinhardt – per questo vincerla è così importante per Washington”.

di Marco Quarantelli