Alla fine la mente comincia a catalogare, soprattutto i ricordi, allineandoli tutti i fila, mettendoli in ordine di intensità, di bellezza, di dolore, a seconda della predisposizione psicologica della persona.

Quel ricordo lì la mia testa lo ha inserito in uno scomparto misto, strano, il più grande, il più capiente: uno scomparto che contiene al contempo dolore, forza, onestà, rabbia, assoluto. Inizio, principio, partenza.

Quel ricordo è presente. Non è mai diventato realmente passato, perché si è fatto coscienza, si è trasformato in pensiero, riflessione ed è diventato parte di ciò che sarei diventata.

Uno schermo enorme davanti i miei occhi, molto più grande di me, molto più rumoroso, molto più vecchio. Una massa indistinta di undicenni, con gli occhi cisposi e i nasi ghiacciati, bambini di periferia, abituati al proprio rassicurante quartiere, alle proprie rassicuranti madri, ai propri rassicuranti giochi.

Proprio questo è il rischio dei bambini nati in periferia: non vedere mai cosa vi è aldilà delle indissolubili certezze, che finiscono per racchiuderli in una sorta di bolla statica.

L’unica salvezza può essere la creatività, l’immaginazione, il pensiero.

Il crearsi un mondo diverso, non restrittivo, ma al contrario di libertà interiore.

Il sogno è qualcosa di “vero” nei bambini. Perciò io sognavo.

Ma sognavo la realtà, sognavo di essere altrove per conoscere “altro”.

Ero avida. Non mi bastavano mai le favole che mi raccontavano in aula le professoresse di storia. Quella storia, così come me la proponevano loro, era troppo distante da me. Talmente tanto distante da portarmi alla ricerca di un autocompensazione forzata: coglievo con bramosia ogni particolarità e novità che mi si presentavano.

Anche quel giorno non ero disposta a coprirmi gli occhi, neanche davanti a quelle scene che la supplente voleva farmi vedere. Non ero disposta a tapparmi le orecchie, neanche di fronte a quegli spari assordanti che con violenza perforavano i miei timpani.

Mi ribolliva il sangue nelle vene. Ero piccola, ma non stupida.

Ero piccola ma non ingenua. E volevo sapere, sentivo di averne il diritto.

E forse il dovere perché, costretti a rompere le falsità, noi bambini, avevamo un compito importante: quello di capire, assimilare e poi ricordare.

Per il resto della nostra vita.

Quel film non l’ho mai dimenticato, perché ancora oggi ricordo i nomi e le facce di dei due uomini che mi hanno in qualche modo formata e cambiata, nel pensiero, nel modo di affrontare e vedere la vita.

Paolo e Giovanni, non due eroi. Nemmeno due divinità.

Forse esempi, forse modelli, ma soprattutto uomini liberi. E normali.

Quella era la normalità,quella doveva diventare la mia normalità. Non la violenza, non la sopraffazione, non l’illegalità, non la rabbia e nemmeno la frustrazione.

La mia normalità da quel momento sarebbero stati loro.

Semplicemente Giovanni e Paolo.

Con quei baffi e quei sorrisi benevoli di chi ama la vita e in nome di questa accetta di morire.

Martina Cagliari