E’ la prima volta che ho la possibilità di aprire il mio cuore e descrivere quel vortice di emozioni che invadono la mia anima, quando parlo di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. È la prima volta per me dal momento che non sono un magistrato, né un’uditrice giudiziaria, ma una donna che vive ogni giorno col pensiero rivolto a loro, alla grandezza che essi incarnavano; che vive di loro e della loro splendida straordinarietà.

Oggi, investendo tutto l’amore, l’affetto che possiedo, ho deciso di diventare come loro. Impegnarsi nello studio, per essere un magistrato che sulle loro orme cercherà di amministrare la giustizia con quei valori che hanno orientato la loro azione giudiziaria. Farlo in questa Italia, dove la magistratura è continuamente attaccata dalla politica è ancora più difficile.

Viene messa a dura prova la grandezza di una scelta fatta con vera cognizione di causa. Diventare una donna di legge, adesso, significa diventare portatrice di una verità che, codici alla mano, difficilmente potrà essere sconfessata. Ed è proprio in questo preciso momento storico, dove tutte le istituzioni sono coinvolte in un delicato processo di transizione dalla Seconda alla Terza Repubblica , che sovviene alla mente degli onesti il fulgido esempio di Falcone e Borsellino.

Essi ci hanno insegnato che essere magistrati non vuol dire essere burocrati del diritto ma garanti dei valori. In quelle norme di legge non è enucleato un principio astratto ma un valore assoluto. Un valore che va applicato e che costituisce un “quid pluris”. Falcone e Borsellino, con il loro coraggio e il loro esempio, hanno incarnato perfettamente un sistema di valori che va preservato e diffuso. Per quei valori, la loro vita ha conosciuto il sacrificio estremo e ancora oggi, le loro parole risuonano nelle menti e nei cuori di quei magistrati che hanno deciso di portare avanti processi difficili in terre difficili, come sono quelle di mafia. Ma quel “sistema di valori” orienta anche una studentessa, come me, che sta completando un percorso di studi e ha compreso che il diritto non è solo un insieme di norme disgiunte l’una dall’altra: esse applicate nella realtà, contribuiscono a regolarla e a migliorarla. Giovanni e Paolo, avevano un sogno: sconfiggere la mafia applicando la legge. Era un sogno d’amore. Hanno amato la Sicilia e quell’ amore li ha spinti ad accettare tutto: anche la morte, che li ha sorpresi in una estate caldissima come sanno essere le estati siciliane.

Cosa è cambiato da quei giorni? La loro morte è servita a qualcosa? Sono queste le domande che affollano la mente di chi fa propri i principi di giustizia e legalità e che con difficoltà cercano di attuare ogni giorno. Credo che per auspicare un vero e serio cambiamento, non si possa prescindere da queste due morti. Come ebbe a dire Antonio Ingroia, già Procuratore Aggiunto di Palermo, l’eredità di Borsellino e di Falcone è un tesoro disperso sul fondo dell’oceano. Una eredità che non è solo giuridica ma soprattutto morale. Serve a tenere alta la coscienza di coloro i quali in qualunque ruolo, cercano di prodigarsi per il bene della nostra Italia. Dovrebbe costituire la bussola che orienta sia l’azione politica che quella giudiziaria, al fine di far trionfare solo una parola: legalità. È l’augurio che faccio a me stessa da aspirante magistrato ma soprattutto da cittadina di questa Italia che vede, ogni giorno, perdersi nei meandri del futile. Ritornare all’esempio di Paolo e Giovanni per tornare ad essere portatori di legalità e di onestà. Questo è l’augurio più bello, che si possa fare.

Danielle Sansone