E’ stato rilasciato l’indipendentista sardo Salvatore “Doddore” Meloni, scomparso giovedì scorso dopo una rivendicazione di sequestro da parte dei sedicenti “Guardiani della nazione”. L’uomo sarebbe stato rilasciato nella zona di Uras, non lontano da Terralba, suo paese d’origine, in provincia di Oristano. La sorella ha raccontato che Doddore “sta male” e che ha ancora addosso uno spezzone di catena con cui era stato legato dai suoi sequestratori per impedirgli di fuggire. Una volta giunto a casa è stato visitato da un medico che ne ha chiesto il ricovero in ospedale, ma lui ha preferito restare con i suoi familiari. Meloni ha voluto fugare ogni dubbio sulla sua scomparsa: “Mi hanno sequestrato“, ha chiarito per mettere fine alle voci di aver simulato il rapimento per conquistare visibilità.

Da una prima ricostruzione emerge che Meloni è stato visto vagare sulla statale 131, nel territorio di Oristano, intorno alle ore 20. Gli automobilisti lo hanno riconosciuto e hanno dato l’allarme. Il primo ad attivarsi è stato il nipote, che si è subito messo in macchina per andare a prenderlo. Nel frattempo, però, Doddore aveva già trovato un passaggio e stava andando verso casa.

Meloni nell’estate del 2008 occupò l’isola disabitata di Mal di Ventre (Malu Entu in lingua sarda), sulla costa occidentale della Sardegna, autoproclamandosi presidente dell’omonima Repubblica indipendente. In questi giorni era impegnato nella campagna elettorale a sostegno della sua lista, Meris in domu nosta (Padroni in casa nostra). La rivendicazione del sequestro era avvenuta tramite un volantino, scritto con l’aiuto di un normografo, firmato dal gruppo “Guardiani della Nazione“, totalmente sconosciuto agli investigatori. I sequestratori condizionavano il rilascio di Meloni al ritiro della sua lista dalle elezioni politiche, ma il coordinamento di Meris aveva tenuto duro: “Non cederemo al ricatto dei sequestratori e andremo avanti per perseguire legittimamente l’indipendenza della Sardegna”. Per i militanti di Meris la prigionia di “Doddore” è stata durissima: oltre alle catene al collo, l’uomo avrebbe lividi e un ginocchio gonfio: “Lo tenevano legato a una sedia – riferiscono – e lo picchiavano ripetutamente durante gli interrogatori”.