Meno di un anno fa abbiamo scoperto (come emerse nel processo a carico del generale Mori) che nel lontano giugno del ’92, a meno di un mese dalla strage di via D’Amelio, alcuni carabinieri, venuti a conoscenza dell’attentato progettato contro Paolo Borsellino, si recarono subito dal giudice per informarlo. Nella piena consapevolezza della strage imminente, come allenato all’estenuante lucidità di un “morto che ancora cammina”, Borsellino dichiarò di voler lasciare “qualche spiraglio nella sua sicurezza” in modo da esporre solo se stesso e mettere in salvo la propria famiglia da eventuali ritorsioni.

Solo pochi mesi prima, mimando il gesto di un’esplosione, Giovanni Falcone aveva confidato all’amico magistrato, Mario Almerighi, di essere certo che lo avrebbero fatto saltare per aria su una strada. Come molti altri, Falcone e Borsellino furono assediati nel cerchio di sangue dei collaboratori e degli amici assassinati che lentamente si stringeva e abbandonati alla Palermo mafiosa che aveva a poco a poco eliminato fisicamente un’intera classe dirigente.

Per un destino beffardo la loro vocazione ostinata e viscerale li costrinse a vivere la stessa vita dei loro carnefici e a trincerarsi nel bunker di un impegno improrogabile, lontano dagli affetti e dalla luce del sole (Falcone era letteralmente blindato nel suo ufficio e con l’occhio di una telecamera decideva se aprire o meno la porta). Ma a vent’anni di distanza l’isolamento istituzionale che li avvolse è ancora un tragico mistero e la Palermo di allora rimane impressa nella memoria e nel rimorso di un intero Paese: le auto bianche che sfrecciano, gli elicotteri, l’assetto antisommossa delle scorte, l’ululato della sirena che rompe improvvisamente il silenzio omertoso della città. Una anziana signora palermitana riuscì perfino a lamentarsi sulle pagine dei giornali locali dei problemi di insonnia  (pomeridiana) che quella sirena le creava. Dopo una lunga scia di invidie, discrediti, complotti e accuse infondate (come quella di dedicarsi ad un “turismo giudiziario”) la solitudine dei due giudici lasciò spazio ad un’ascetica tenacia.

È forse uno dei capitoli più tristi della Prima Repubblica. In quei mesi Falcone fu addirittura accusato di aver inscenato l’attentato a cui era scampato all’Addaura. Profondamente scosso, affermò: “Se in questo Paese una bomba non scoppia, è colpa tua”. Sempre nel marzo scorso, quasi un anno fa, Roberto Saviano confessò di essersi finalmente concesso un gelato in pubblico, a New York, lontano dagli occhi indiscreti, dall’insonnia e dai tragici paradossi del nostro Paese: doveva avere un gusto inconfondibile.

 

Danilo Chillemi