In settimana la Premier League, all’indomani della chiusura di un accordo monstre per la vendita collettiva dei diritti televisivi (che porterà nelle casse della Lega e delle squadre britanniche la ragguardevole cifra di 5.5 miliardi di sterline per il prossimo triennio) ha deciso di imporsi delle regole di ‘fair play finanziario’ interno. La Premier ha stabilito per ogni squadra un massimo di 105 milioni di perdita nel triennio 2013-16, pena una riduzione di punti in classifica. Allo stesso modo, i club con un tetto ingaggi superiore ai 52 milioni (che sono ben 13 su 20 ndr.) potranno alzarlo a scalare di 4,8 e 12 milioni l’anno nel triennio. Non ne giova la mutualità, né la solidarietà verso il calcio di base. E’ una regola intesa a prevenire clamorosi fallimenti di storici club come quelli del Leeds o del Portsmouth, o in Scozia dei Rangers Glasgow, piuttosto che cercare la ridistribuzione dei profitti a favore delle piccole squadre che sono la base del movimento. Ma è comunque un importante passo avanti.

Meglio ha fatto la Commissione Europea, che ha presentato uno studio con l’obiettivo di mettere un freno alle spese pazze del calcio ma anche di ristabilire l’equilibrio competitivo tra le società calcistiche. Lo studio, condotto insieme a KEA European Affairs (Belgio) e al Centro per la legislazione e l’economia dello sport presso l’Università di Limoges (Francia), ha un titolo significativo: “Cartellino giallo della Commissione per sanzionare le indennità eccessive di trasferimento dei calciatori e l’assenza di condizioni di equità”. In buona sostanza Bruxelles, che si limita ad avanzare suggerimenti alla Fifa non avendo l’autorità per intervenire in materia, chiede agli organi di controllo del calcio internazionale di porre al più presto un tetto alle spese del calciomercato, ai trasferimenti dei calciatori e al numero di giocatori in squadra. E infine la proposta shock: mettere una vera e propria ‘tassa sul lusso’ per i club che spendono di più.

Il cartellino giallo gli arbitri della Commissione Europea lo estraggono dopo che lo studio rileva come, dal 1995 (l’anno della sentenza Bosman che ha liberalizzato il mercato europeo dei calciatori ndr.) al 2011, il numero di trasferimenti nell’ambito del calcio europeo sia più che triplicato, e gli importi spesi dalle società per i trasferimenti sono aumentati di sette volte. “Il grosso della spesa si concentra però su un numero ristretto di società calcistiche – scrive la nota della Commissione – visto che meno del 2% degli importi derivanti dai trasferimenti arriva fino alle società più piccole o alle associazioni dilettantistiche (…) Il livello di ridistribuzione del denaro in questa disciplina sportiva, che dovrebbe compensare i costi della formazione e dell’educazione dei giovani giocatori, è insufficiente per consentire alle associazioni più piccole di svilupparsi e di sottrarsi al controllo esclusivo che le società più grandi continuano a esercitare sulle competizioni sportive”.

Uno studio che fa il paio con la Quinta relazione sulle licenze per club pubblicata settimana scorsa dall’Uefa. Un report che illustra come le perdite complessive delle società di calcio europee siano oramai arrivate all’astronomica cifra di 1,7 miliardi di euro nella sola stagione 2011, indicando poi come solamente 10 singole società siano responsabili per oltre la metà del passivo. Davanti a questa evidente sperequazione, la proposta della Commissione Europea è quindi quelle di istituire una tassa sul lusso, o Tobin tax calcistica, ovvero “una ‘tassa di fair play’ sugli importi dei trasferimenti al di là di una certa cifra per incoraggiare una migliore ridistribuzione dei fondi dalle società ricche a quelle meno abbienti. L’obiettivo della tassa sarebbe di ripristinare un certo equilibrio competitivo. La soglia, l’aliquota della tassa e il suo campo di applicazione andrebbero determinati dalle federazioni internazionali in consultazione con le società”.

Poi l’Europa chiede anche di “fissare un limite al numero di giocatori per società”, di “regolamentare il meccanismo del prestito dei giocatori” e di “non consentire di prolungare il ‘periodo di protezione’ durante il quale un giocatore ha bisogno del loro consenso per esser trasferito poiché ciò fa lievitare nella pratica i costi dei trasferimenti (i contratti sono di norma protetti per un periodo triennale fino all’età di 28 anni e biennale per chi è più anziano)”. Una pratica quest’ultima che secondo il report gonfia gli importi dei trasferimenti nelle finestre di calciomercato. La Commissione però, ancora scottata dagli effetti della Sentenza Bosman, non può far altro che ricordare che questi sono “suggerimenti” che “dovrebbero essere compatibili con le regole dell’UE sulla libera circolazione dei capitali”. Ma toccherà alla Fifa, se lo vorrà, tradurli in legge. Il mondo del calcio non può far altro che attendere fiducioso che anche il massimo organismo di controllo si dia una sveglia. I tempi stringono.