Silvio docet. Dai palazzi dell’Olgettina milanese, l’eco del bunga bunga è arrivato anche nel Salento. E le serate di Arcore hanno lasciato il posto alle notti di passione in riva allo Jonio, in una villa estiva a Porto Cesareo, in provincia di Lecce. Il contesto è quello dell’accesa campagna elettorale per le elezioni amministrative di maggio 2011. Il comune conta appena 5.800 abitanti, a contendersi la poltrona di sindaco sono in tre e, si sa, è guerra all’ultimo voto. Ecco, dunque, il lampo di genio: festini hard in cambio di una preferenza sulla scheda. La “piacevolezza”, come definì Berlusconi il bunga bunga, è pronta a tramutarsi in ipotesi di reato. Voto di scambio e favoreggiamento della prostituzione sono le accuse che potrebbero essere contestate ad un amministratore dell’attuale giunta di Salvatore Albano, lista civica di centrodestra.

Nessuno è stato ancora iscritto nel registro degli indagati, ma la svolta potrebbe avvenire a stretto giro. Le testimonianze raccolte e rilasciate dai protagonisti delle serate sono finite nei primi atti che i carabinieri della Compagnia di Campi salentina hanno esibito alla Procura di Lecce. Gli interrogatori non sono ancora terminati, ma il cerchio inizia a stringersi. Quel che è certo è che non si tratta di un episodio isolato, ma di più festini organizzati in prossimità della chiamata alle urne. E i particolari, che stanno emergendo dalle dichiarazioni agli atti, restituiscono un affresco piccante e preoccupante. Ogni simposio è stato animato da spettacoli di almeno due ragazze dell’Est, probabilmente di nazionalità rumena, tuttora non ancora individuate. Ogni serata è culminata in atti sessuali consumati con loro dagli invitati, tutti uomini. Di più. Gli ospiti hanno già tutti confessato di aver ricevuto l’invito a partecipare ai ritrovi hard in cambio della promessa del sostegno elettorale.

Ammissioni messe nero su bianco nei verbali che sono già stati depositati in Procura e che, pare ormai inevitabile, porteranno dritti dritti all’apertura di un nuovo fascicolo da parte del pm Carmen Ruggiero. E’ questa, infatti, la virata inedita che ha subito l’indagine madre sugli attentati che il sindaco Albano ha subito a giugno e novembre. I dettagli erano rimasti sotto coperta per oltre un anno. Sono emersi ora, durante i colloqui serrati fissati per cercare di risalire a chi ha piazzato i due ordigni vicino all’abitazione del primo cittadino e sotto l’auto della moglie e, nella notte tra il 16 e 17 maggio, quello in prossimità dello studio professionale dell’ingegnere Cataldo Basile, esponente provinciale del Pdl. I carabinieri di Campi, al comando del capitano Nicola Fasciano, hanno interrogato decine di persone per cercare di ritessere il retroscena politico, probabilmente miccia delle tre bombe, per cui ci sono adesso due indagati.

Ma tra i racconti di antagonismi di schieramento, di promesse elettorali disattese, di interessi economici delusi dal varo del nuovo Pug, è venuto a galla anche altro, nella terra per anni schiacciata da abusivismo edilizio esasperato e in cui si litiga a colpi di carte bollate per una statua di Manuela Arcuri. Ad uno ad uno, i dubbi, le parole non dette, le frasi a metà si sono tramutati in conferme. Gli ospiti non avrebbero fornito versioni discordanti. Anzi. Tutti avrebbero indicato lo stesso amministratore come l’organizzatore degli incontri osé. E, soprattutto, come colui che avrebbe chiesto, in cambio dell’invito, di crociare il proprio nome sulla scheda. Pensando, forse, che ogni trasgressione sarebbe stata sepolta sotto il segreto dell’urna. Alla vigilia della tempesta giudiziaria, gli spifferi iniziano a gonfiare anche la tempesta politica. “Ho già convocato i miei e tutti mi hanno dato rassicurazioni, ma se qualcuno di loro sarà indagato ufficialmente, chiederò dimissioni immediate”. Il sindaco Albano usa pochi giri di parole. “Sarebbe inaccettabile, incomprensibile. E se ci sarà anche un danno di immagine per il Comune, prenderemo provvedimenti”. Forse, con il bunga bunga a ritmo di pizzica, l’ipotesi non è poi così remota.