Va bene, ammettiamolo: Berlusconi nell’ennesima versione dell’”arieccolo” è francamente indigesto, Monti in un mese di bagarre elettorale e finti giovanilismi suggeriti dai suoi (pessimi) spin doctor ha mandato in malora un anno di credito conquistato, Bersani che viene a raccontare che il Pd non interferisce con Monte dei Paschi fa concorrenza ai migliori comici mondiali, Grillo che ci inonda di saliva velenosa e decide di usare la Tv per il fotofinish della campagna elettorale (con tanti saluti ai poveri Favia e Salsi, reprobi sepolti vivi dagli strali del lider maximo) è campione mondiale di capriole, Ingroia che lancia messaggi intimidatori alla Boccassini dà purtroppo ragione ai suoi detrattori, Giannino che si presenta da Vespa in catene mostra ancora una volta come la vita politica sia in grado di rovinare in poco tempo anni di onorata carriera. E’ questo ciò che passa il convento, penseranno in molti.

Vorrei provare a darvi un’altra prospettiva. Dimentichiamo la qualità individuale e il credo politico dei sei candidati premier ed analizziamone la provenienza: un imprenditore, un professore universitario, un politico di professione, un attore, un magistrato e un giornalista economico. Secondo me questo rappresenta una grande ricchezza della nostra vita democratica: la riprova che, pur con tutti i distinguo e le distorsioni evidenti del sistema Italia, la nostra democrazia è ancora sufficientemente vivace e forte per permettere a sei persone diverse, con background ed esperienze molto dissimili, di arrivare a proporsi per governare questo paese. E’ una rappresentanza di istanze e interessi alquanto eterogenei e la conferma che, comunque la si pensi, esistono ancora dei meccanismi politici che garantiscono la partecipazione di storie e professionalità diverse al governo del Paese.

Certo, qualcuno argomenterà che sarebbe invece auspicabile che si potessero candidare solamente persone di comprovata esperienza e preparazione, che magari hanno studiato in prestigiose Università e scuole di formazione politica ad hoc (sul modello francese): è una prospettiva che ha un suo fondamento in parte condivisibile, ma che evidentemente implica il rischio concreto di portare a un elitarismo delle candidature, conseguenza di una scrematura alla base dei competitors per motivi di reddito e classe sociale.

Ricordiamoci che la nostra Costituzione tutela in maniera esplicita questo aspetto della vita democratica. Recita infatti l’art. 51: “Tutti i cittadini dell’uno o dell’altro sesso possono accedere agli uffici pubblici e alle cariche elettive in condizioni di eguaglianza”. Beh, direi che il giudice siciliano, il giornalista torinese, il politico piacentino, il comico genovese, il professore varesino e l’imprenditore milanese sono un esempio confortante di come l’Italia sia riuscita a tenere fede al dettato costituzionale. Indipendentemente, ripeto, dalla qualità individuale dei candidati. Questo è tutt’altro discorso.