Duecentomila metri cubi d’acqua ricoprono ancora l’area di 500 ettari. Mentre continua a piovere, le idrovore assorbono a ritmo incessante 18mila metri cubi d’acqua al minuto, scandendo la pressoché irreparabile perdita di un inestimabile patrimonio dell’umanità. Più che la Pompei dei recenti crolli, lo scenario è quello della Firenze invasa dall’Arno. Si tratta di Sibari, in provincia di Cosenza, e del suo parco archeologico, tra i più importanti della Magna Graecia. Sibari e i suoi scavi rischiano, se già non è successo, di scomparire per sempre.

Le piogge e lo straripamento del Crati, il fiume adiacente l’area archeologica, hanno inghiottito tutto: il Parco del Cavallo, quello Strombi o dei Tori, Casa Bianca, l’area di Oasi, le fontane monumentali, il teatro con la parte semicircolare dell’orchestra gli ordini della cavea, l’impianto termale del I secolo d. C. Acqua e fango hanno travolto anche le tabernae, le domus con i marmi dalla proverbiale sontuosità, i preziosi mosaici. Distrutti venticinque secoli di storia e un secolo di studi e ricerche. Sibari, anzi Sybaris, fu fondata nel VIII a.C. dagli Achei. Per la sua posizione strategica tra Ionio e Tirreno, controllava il commercio, specie le mercanzie provenienti da Mileto in Asia Minore. I mercanti ellenici preferivano sbarcare a Sibari con il suo porto canale, anziché affrontare le perigliose acque dello Stretto di Messina.

Le navi venivano tirate a secco e portate sull’altro versante. “Vicina al navigante del mar Ionio è la terra percorsa dal Crati bellissimo che tinge di rosso la sua bionda chioma e con le sue divine correnti nutre una terra, madre di eroi”, canta Euripide a proposito di Sibari nel coro delle Troiane. Si deve ad Erodoto, invece, l’introduzione della figura raffinata e molle del sibaritide Smindiride, raccontata in una novella ripresa da Aristofane. Ancor oggi, nel vocabolario della lingua italiana, il termine “sibarita” segnala raffinatezza, lusso, tanto potente e sfarzosa doveva risultare Sibari agli occhi del mondo. Perfino Aristotele dedica la Politeia alla città magno greca che si “permetteva” scelte eccentriche rispetto al mondo ellenico, come quella di conferire la cittadinanza agli stranieri, di battere moneta e di organizzare giochi olimpionici così imponenti da oscurare la stessa Olimpia. Ma la specificità di Sibari risiede inoltre nella sovrapposizione di tre distinte città e di altrettante mirabili civiltà. Oltre alla Sybaris arcaica, ci sono Thurii, polis costruita dagli Ateniesi nel V secolo (quello di Pericle) e l’urbe romana di Copia. Uno straordinario itinerario temporale che racchiude e rappresenta l’intera cultura classica. Dai ritrovamenti protostorici al periodo pre-coloniale e coloniale fino a quello classico, ellenistico, romano e brettio.

A Sibari si dedicò Umberto Zanotti Bianco che, sorvegliato speciale del regime fascista, fuggì per andare a scavarne i resti. Vi lavorano esperti della Fondazione Lerici di Milano e della Pennsylvania University di Filadefia. Le pur eccezionali piogge, il manto di fango non spiegano, però, il dramma di oggi. Recenti lavori hanno modificato l’alveo del Crati, tanto da spingere il sindaco di Cassano allo Ionio a parlare di ordinanze di abbattimento. A ciò si aggiungano decenni di miopia, mala gestio, non curanza del patrimonio storico archeologico, dell’ambiente e del territorio, come ricorda il professore Salvatore Settis, capofila della petizione “Salva Sibari” firmata da intellettuali quali Mirella Barracco, Vito Teti, Massimo Veltri, Andrea Giardina, Filippo Veltri, Maurizio Ferraris, Jean-Luc Lamboney, Cinzia Bearzot, Marilena Cerzoso e Matteo Cosenza, direttore del Quotidiano della Calabria che ha aperto una sottoscrizione. Mentre si vagheggiava, ad esempio, la costruzione a Sibari del quarto aeroporto calabrese con 30 milioni di euro, la soprintendente Silvana Luppino affermava: “Si rischia sempre l’inondazione dell’area dove ci sono gli scavi. Chiediamo la manutenzione dei canali di bonifica perché questa situazione provoca rischi imminenti”. Era il 2010.

Eduardo Meligrana