La campagna elettorale di Benyamin Netanyahu era cominciata con un discorso in cui il leader del Likud diceva di voler vincere le elezioni parlamentari con “almeno l’80% delle preferenze”. Ieri, in pieno Election day, si è chiusa con un preoccupato appello dello stesso ad andare a votare “per il bene del partito e per la stabilità del Paese”. Negli ultimi mesi Bibi ha visto crollare la sua popolarità, ma, nonostante tutto, è ancora il primo ministro di Israele. La coalizione di centrodestra formata da Likud e Israel Beitenu del falco Avigdor Liberman ha vinto le elezioni aggiudicandosi 31 seggi su 120. Un risultato che difficilmente può essere definito una vera vittoria.

Le strade di Gerusalemme sono ancora tappezzate di manifesti con il volto di Netanyahu e lo slogan “un uomo forte per Israele più forte”. Ieri sera i sostenitori del Likud festeggiavano il risultato elettorale con cori degni di una finale del Mondiale. Ma la formazione della 19esima Knesset potrebbe cominciare a scricchiolare molto presto. Il ticket Likud-Israel Beitenu si è aggiudicato 11 seggi in meno di quelli che aveva nel precedente governo. L’alleato prezioso per una maggioranza stabile potrebbe essere proprio il secondo, inaspettato, classificato Yair Lapid. Un ex giornalista televisivo, molto noto, che con la sua coalizione laica di centro Yesh Atid (C’è futuro) è riuscito a conquistare ben 19 seggi. In tanti hanno detto di averlo votato “perché è un volto nuovo, lontano dalla corruzione dei politici di professione”. Secondo gli analisti, Lapid potrebbe diventare la “foglia di fico” di Netanyahu, una forza da coinvolgere per dimostrare al presidente della Repubblica Shimon Peres di avere la maggioranza per formare il governo. Yesh Atid potrebbe sostituire lo Shas, coalizione religiosa sefardita, che ha come leader spirituale il rabbino ultranovantenne Yossef Ovada.

Se così fosse si tratterebbe di una vera e propria rivoluzione e di una concessione della destra nazionalista a politiche più moderate. Inoltre la convivenza dei due partiti sarebbe impossibile, visto che Lapid ha chiesto chiaramente l’introduzione del servizio militare obbligatorio anche per gli ortodossi, principali elettori dello Shas. Tra gli alleati naturali di Netanyahu e Liberman ci sarà anche Naftali Bennet, altra rivelazione di queste elezioni anticipate. Bennet, che si è aggiudicato 12 seggi, è alla guida di Habayt Hayeudi (letteralmente il Focolare degli Ebrei), un partito ultranazionalista caratterizzato da una politica durissima nei confronti dei palestinesi e, non a caso, legato al movimento dei Coloni. I religiosi Ashkenaziti di United Torah Judaism, molto votati dagli Chabad e i Haredim, restano stabili con 6 seggi.  

Alla coalizione di destra vanno così complessivamente 61-62 seggi contro i 58 della sinistra, che vede una leggera rimonta, rispetto alle proiezioni, dei Labor di Shelly Yachimovich. Queste avrebbero potuto essere le sue elezioni, ma alcuni dei suoi sostenitori non le hanno perdonato l’aver messo da parte il dialogo con i palestinesi per dare più spazio ai temi economici e sociali. In ripresa, invece, il Meretz, da sempre attivo nel processo di pace. I partiti misti arabo-israeliani conquistano 8 deputati. Da segnalare anche la possibile uscita di scena di Kadima. Fino a quattro anni fa era il partito di governo, ma oggi rischia di scomparire anche a causa della scissione dell’ex leader Tzipi Livni. L’affluenza alle urne è stata, contro ogni pronostico, superiore a quella del 2009. Ha votato il 66,6% degli aventi diritto. I sostenitori del Likud sono raggianti: “Siamo ancora il partito più forte”, dicono con orgoglio.

Nel primo discorso da premier rieletto Netanyahu ha subito citato la minaccia nucleare iraniana, cavallo di battaglia della sua campagna elettorale, e poi ha fatto sapere via Facebook che si metterà presto “al lavoro per il nuovo governo”. Ma con questo risultato la formazione della prossima Knesset potrebbe durare molto più del previsto.