Il diritto dell’informazione va riformato in modo organico. Per rispondere alle nuove sfide che l’uso di Internet pone alla professione giornalistica. E per cambiare le norme che regolano il reato di diffamazione. Un’esigenza che hanno sottolineato gli avvocati Caterina Malavenda e Carlo Melzi d’Eril, insieme a Giulio Enea Vigevani, docente di Diritto costituzionale e Diritto dell’informazione e della comunicazione dell’università di Milano-Bicocca, durante il seminario sul loro libro “Le regole dei giornalisti. Istruzioni per un mestiere pericoloso”.

Nel corso dell’incontro, che si è svolto venerdì al Salone Valente di Milano, è stato evidenziato come tali tematiche abbiano avuto grande risalto mediatico nei giorni del caso Sallusti. Ma poi tutto sia finito in un nulla di fatto non appena il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano ha concesso la grazia. La vicenda del direttore del Giornale, in ogni caso, non è nemmeno quella più adatta per avviare la discussione in modo adeguato: “Non si fanno battaglie sulla libertà di stampa, quando al centro c’è la calunnia acclarata o la diffusione di notizie false”, sostiene Armando Spataro, sostituto procuratore di Milano, che ha preso parte all’evento insieme al magistrato del tribunale di Milano Bruno Giordano e a due addetti ai lavori, Luigi Ferrarella del Corriere della Sera e Michele Brambilla della Stampa.

Dopo il fallimento del dibattito parlamentare sulla diffamazione e sulla responsabilità dei direttori rimane aperta una domanda: se il carcere sia una pena compatibile con i reati a mezzo stampa. Nel punto di equilibrio che va trovato tra libertà di espressione e difesa della reputazione – ragiona Melzi d’Eril – bisogna considerare che la reputazione è quel bene che ci consente di fare il nostro mestiere: “Io subisco un danno maggiore se uno scrive che sono un avvocato disonesto o se uno mi ruba la bicicletta?”. I giornalisti, insomma, possono fare davvero male. Per questo – prosegue Melzi d’Eril – devono essere messi nelle condizioni di poter sbagliare, ma vanno puniti quando sbagliano sapendo di sbagliare.

Diffamazione. E non solo. Perché il diritto dell’informazione, ormai, non è più al passo con i tempi. La Rete ha causato la nascita di nuove problematiche, come il giusto bilanciamento che va trovato tra il rispetto del diritto all’oblio e l’esistenza degli archivi telematici dei quotidiani online. E c’è pure un nuovo tipo di diffamazione: quella per subject search. La subisce una persona che digitando il proprio nome su Google si vede completare automaticamente la stringa di ricerca con parole come “truffa” o “truffatore”. In due casi analoghi – spiega Melzi d’Eril – due tribunali diversi hanno avuto orientamenti opposti. Mancano regole chiare e il Parlamento è immerso in un sonno profondo. Così nessuno mette mano ad altri temi che andrebbero affrontati. Fare una querela, per esempio, non costa nulla, nemmeno per chi la utilizza solo a scopo intimidatorio, magari aiutato dal fatto di avere ingenti risorse economiche o un ex compagno di scuola avvocato. E per la quantificazione del risarcimento del danno da diffamazione non esiste alcun tipo di tabella: “E’ un terno al lotto – accusa Malavenda -. Ai giornalisti consiglio sempre di non intestarsi la casa o la macchina. Perché se l’editore non paga o la testata chiude, rischia che gli pignorino tutto”. Mestiere pericoloso, quello dei giornalisti. Si può far male e ci si può far male.

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