Liste approvate, campagna elettorale al via e polemiche archiviate. Dovrebbe essere questa l’equazione esatta per il Partito democratico e, invece, non è così. Per lo meno in Puglia. A tenere banco negli ambienti democratici sono ancora i criteri tramite i quali sono stati ‘paracadutati’ nelle liste pugliesi nomi che hanno fatto scivolare in basso chi si è messo in gioco con le primarie. Ad aprire le danze nel day after del Pd, presentando formale ricorso contro la direzione nazionale del partito, è Colomba Mongiello, senatrice uscente e ricandidata inizialmente in quota ‘certa’, ovvero al numero 13 della lista alla Camera.

Nella convulsa giornata di contrattazione tra il team di Bersani e il segretario regionale Sergio Blasi – che ha presentato e ritirato le dimissioni nel giro di poche ore – è stato nettamente migliorato il piazzamento in lista dei ‘paracadutati’ inizialmente relegati in zona Cesarini; tra questi il vicepresidente del Pd Ivan Scalfarotto e il deputato uscente Alberto Losacco. Ed è proprio su questi due nomi che si è incentrato il ricorso della Mongiello che ha dovuto far spazio ai nominati da largo del Nazareno retrocedendo al quindicesimo posto.

“Ma quali eccellenze”, tuona la Mongiello. “Scalfarotto – si legge nelle motivazioni del ricorso – è stato candidato in Puglia solo perché è nato a Foggia 47 anni fa mentre tutte le attività le svolge da sempre in Lombardia, quindi in contrasto con la regola della ‘rappresentatività sociale e territoriale’ prevista dall’ art. 19 del regolamento. Oltretutto il vicepresidente dell’Assemblea del Pd era quello che ha sempre ostentato pubblicamente la necessità di sottoporre le scelte dei candidati con il metodo delle primarie, metodo a cui si è sottratto proprio lui”. E non finisce qui, perché la senatrice ritiene “ancor più grave” la candidatura dell’ onorevole Losacco, anch’egli nativo del territorio pugliese, ma con attività fuori dal territorio regionale. “Infatti – incalza la Mongiello – per favorire l’onorevole Losacco si tradiscono tutte le norme a base della formazione delle liste in quanto non appare dai resoconti della Camera dei deputati e dal suo sito internet biografico che sia rappresentativo di interessi diffusi, né territoriali”. Per concludere la senatrice non manca di ricordare che, proprio su Losacco, un gruppo di dirigenti e militanti del Pd barese ha inviato a Pier Luigi Bersani, una petizione “che ne scongiurasse ‘la calata dall’alto’, richiesta inascoltata dalla direzione”.

A dare fuoco alle polveri ci pensano anche i tre scontenti del Pd; l’assessore regionale alle Opere pubbliche Fabiano Amati – al quale è stata negata la deroga per la candidatura –, il presidente della Commissione ambiente del Consiglio regionale Donato Pentassuglia e il consigliere barlettano Ruggiero Mennea, tutti autosospesisi dal gruppo alla vigilia delle primarie per dimostrare il dissenso verso i criteri scelti. Nel mirino dei tre, finisce il segretario regionale Blasi: “Non si sono mai viste dimissioni irrevocabili soggette a revoca” dicono invitando, quindi, il numero uno dei democratici pugliesi a rendere effettivo il suo abbandono alla carica. Sarebbe un modo, sostengono, per denunciare le “gravi violazioni regolamentari e statutarie” commesse dalla direzione nazionale nella compilazione delle liste. In concreto – spiegano – la quota nazionale del 10% riservata a Roma, non era mai stata demandata, sotto i profili numerici e qualitativi, all’arbitrio degli organismi politici nazionali o regionali. Essa andava calcolata sul 10% dei posti disponibili e ripartita su tutte le postazioni in lista, sia quelle stimate utili che quelle di speranza e di servizio.

Non è stata rispettata, a loro dire, neanche la parità di genere e “men che meno la rappresentatività sociale, politica e territoriale” dei candidati. Per questo, “qualora il segretario regionale non dovesse ritenere di tutelare i partecipanti alle primarie con un atto d’impugnazione dinanzi alla Commissione nazionale di garanzia”, per Amati, Pentassuglia e Mennea, “tutti i candidati lesi da questa arbitraria distribuzione dei posti in lista devono attivarsi senza indugio, consapevoli che il loro atto avrà il più alto effetto politico che si possa compiere per chi si vanta di occuparsi della cosa pubblica: l’educazione allo stare assieme nel rispetto delle regole”. E questo – concludono – è un criterio di alto contenuto politico, “fuori da commi e cavilli“.