Il nuovo omonimo album di Walking Mountains si chiude con un lungo excursus, non per nulla dedicato al libro XII dell’Odissea, che nella mia mente rievoca l’incedere dei possenti e visionari brani che realizzavano nei Novanta band di area electrock influenzate tanto dal jazz quanto dalla Kosmische Musik e dal post-punk: gruppi come Sand, Salaryman, alcune cose dei Six Finger Satellite di Law of Ruins, prodotti da James Murphy. Se quelle appena citate erano formazioni composte da diversi elementi, nel caso di Walking Mountains siamo tuttavia al cospetto di ciò che potremmo definire una one man band: costituita esclusivamente da Bartolomeo Sailer, altoatesino di nascita che da almeno un paio di decenni, con il moniker Wang Inc., si è costruito una buona reputazione nella sua Bologna d’adozione.

Nella seconda metà degli anni novanta il Link era un faro della cultura nazionale, uno dei migliori club a livello internazionale, ed è risaputo come in quelle sale ora scomparse siano transitati per esibirsi o si siano fatti le ossa i migliori artisti in circolazione. Bartolomeo Sailer è il classico “prodotto” artistico di quel milieu e dell’irripetibile momento di grazia che Bologna ha vissuto nel corso di quel periodo storico: nella memoria di tutti coloro che l’hanno solcato, compreso il sottoscritto, una sorta di golden era in cui tutto era possibile. L’abbiamo intervistato per ricostruire quel background e discutere della sua nuova identità musicale, Walking Mountains, il cui primo disco omonimo è stato finanziato sul web tramite crowdfunding. Nel disco si colgono diversi riferimenti al post-rock tedesco degli anni novanta come Pluramon, Tarwater, To Rococo Rot, Notwist, ai capostipiti corrieri cosmici kraut, alla psichedelia, a certo jazz scuro e metropolitano e molto altro ancora. Holding Back, il mio pezzo preferito, sembra quasi la colonna sonora di un poliziesco anni settanta decontestualizzata e catapultata però in una Babele distopica di silicio.

 

Non è da tutti esordire su un’etichetta importante come la Sonig, la label di Jan St. Werner ed Andi Toma dei Mouse On Mars… Com’è andata?
Nella seconda metà dei Novanta il LINK era IL Posto dove potevi conoscere un po’ tutti: da AFX a Muziq, dagli Autechre a Matthew Herbert. Io, che lì facevo il DJ, infastidivo chiunque con domande e demo. Il primo, in cassetta, lo diedi a dj Chantal che faceva la A&R per la Warp ed era venuta con gli Autechre: li avevo accompagnati nelle loro prime date italiane dopo averli conosciuti a Losanna in un viaggio esplorativo. Non ci fu risposta. Nel ’98 avevo preparato un CD fatto tutto in casa, composto su un Atari ST con un campionatore, dei synth e alcuni multieffetti. Per fare il CD dovetti scomodare Enzo Casucci che possedeva un Windows 95 con scheda audio professionale. Questo demo poi lo diedi al duo di DJ Beat Actione che andavano a Torino a suonare prima dei Mouse On Mars. La data di Bologna era saltata e loro erano la mia unica possibilità. Prima che i Mouse On Mars ripartissero per la Germania il CD fu consegnato ed ascoltato nel lungo viaggio in auto verso Köln. Passata l’estate ricevetti una telefonata: sarebbe uscito un disco su Sonig.

 

Quale attrezzatura, software e procedimenti adoperavi all’epoca in cui hai iniziato come Wang Inc. e che cosa utilizzi invece ora come Walking Mountains?

Ho iniziato nel 1991 ad usare il computer per fare musica: era una Amiga2000 con una scheda audio 8bit costruita da un amico. La differenza tra il Wang inc. degli esordi e Walking Mountains è che ci metto meno a fare il trasloco, adesso sta quasi tutto nel mio MacPro: un sacco di software, campioni e DAW. Qualche synth analogico lo uso ancora, anzi, ultimamente mi è venuta la passione di costruirli. Il sound di Walking Mountains, a differenza di quello di Wang inc. che era principalmente fatto di campioni di oggetti quotidiani e quindi generato esternamente, è tutto o quasi virtuale: sta tutto nella programmazione, è molto più composto, orchestrato.

 

Cosa ha significato quel momento storico in cui abbiamo iniziato a vedere un numero sempre più nutrito di artisti salire sul palco da soli con il loro laptop? E’ stato quello lo spartiacque decisivo in direzione della progressiva estinzione delle grandi “rock” band, il modello che aveva dominato i decenni precedenti?

Negli anni novanta ci si portava un sacco di roba sul palco, molte scatolette e forse un computer, ma il laptop non c’era ancora, o era un lusso per pochissimi. Si sono dovuti aspettare i Duemila abbondanti perché il laptop diventasse uno strumento affidabile e democratico. La vera rivoluzione delle one man band sono stati Reaktor e Ableton Live, software che hanno dato stabilità ad un mondo che non era per nulla stabile. Hard disk rock don’t stop, cantava Uwe Schmidt. Sicuramente il laptop ha cambiato il modo di fare musica dal vivo, non solo per noi geek ma un po’ per tutta la musica dal vivo. Anche se per il grande pubblico resta ancora una cosa di difficile comprensione, ma già Berio o Stockhausen con i loro nastri magnetici non venivano capiti. Le grandi rock band si stanno estinguendo? A me sembra che i Rolling Stones suonino ancora… e i Litfiba fanno la reunion. Io sinceramente ho sempre e quasi esclusivamente ascoltato elettronica, quindi parliamo di singole persone o al massimo in duo. La forma band per me è morta e sepolta da tempo. Pochi sopravvivono e forse lo fanno perché nati in altri tempi.

 

Ascoltando l’album Woods Roads del 2004 si coglie l’influenza di artisti raffinati come Mouse On Mars e Matmos ma anche intuizioni lungimiranti che mi è parso di rintracciare, ad esempio, in alcune successive produzioni Skull Disco. Quali sono le pietre miliari che hanno avuto un peso determinante nel percorso artistico e culturale di Bartolomeo Sailer?

Se devo partire dall’infanzia: Beethoven e Ravel. Poi ci fu il punk, il post-punk, il rap e Tom Waits. A fine Ottanta inizio Novanta arrivarono cose illuminanti come gli 808 State e i Coil di Love’s Secret Domain. Poi ci fu Sven Väth e la trance, la Warp, Mouse On Mars, Brinkmann, To Rococo Rot, Herbert ma anche un sacco di roba americana come Kit Clayton, Kid 606, Sutekh, Matmos, Ultra Red, Murcof, Eskmo. Adesso invece recupero gli anni Settanta, che nella mia infanzia mi sono perso ballando il Bolero: un po’ tutte le grandi band che si sono estinte da una parte all’altra dell’Atlantico, dai Popul Vuh ai Pink Floyd, dai Throbbing Gristle ai Black Sabbath.

 

Passando al nuovo album, da dove nasce un pezzo come No Poetry? Quanto è ironica e quanto invece dolorosa la constatazione che “nel mondo d’oggi non c’è più poesia”? Sembra interpretare un senso di smarrimento ed amarezza diffuso tra le persone della nostra generazione, vissute e cresciute a cavallo di due ere…

Il pezzo nasce da un mio sentimento personale. Era un periodo di grande insoddisfazione privata che si è mescolato all’insoddisfazione pubblica. Ritengo che la mia generazione – io di anni ne ho 40 – sia quella più disillusa dal mondo attuale. Siamo quelli che hanno veramente creduto che negli anni novanta qualcosa cambiasse, soprattutto in questo paese, ma anche nel mondo. Un altro mondo per noi ventenni sembrava possibile, alimentava le nostre speranze. Poi è arrivata la macelleria messicana globale, il gas CS e i trappoloni. L’idea di un altro mondo si è dissolta in un attimo e con essa la magia della speranza. Per me No Poetry è anche un brano ambivalente perché finisce con una melodia che mi fa ritrovare la poesia e la speranza.

 

L’autofinanziamento tramite crowdfunding è una strada economicamente, socialmente e musicalmente praticabile per il futuro in quest’epoca in cui le etichette discografiche stanno smarrendo il loro tradizionale ruolo ed anzi fanno molta fatica a ritagliarsi una nuova collocazione? Che impatto potrebbe avere nel corso degli anni la tendenza ad una sorta di Do-It-Yourself e self-publishing globale sulle forme delle musiche?

Viviamo anni intensissimi per quanto riguarda la produzione e la distribuzione musicale. Da un lato c’è la liquidità dei contenuti, che può avere forme estreme come le dead drop o la georeferenziazione dei contenuti: non si sa bene dove ci porterà ma è un processo ormai inarrestabile. Dall’altro c’è la democratizzazione dei mezzi di produzione, che genera anche molto rumore da cui è difficile emergere. In mezzo a questo caos, le etichette di un tempo stanno scomparendo, non hanno più voglia di investire sul desueto, non sanno bene cosa fare. Allora tanto vale autoprodursi, tornare a fare i punk di The Feeding of the 5000 [il primo storico disco dei Crass, 1978, NdR], fare tutto in casa, con un aiuto in più: il crowdfunding ti offre la possibilità di creare un dialogo con i fans, renderli partecipi dei processi produttivi (non solo finanziariamente) e inventare una strategia comunicativa prima che il prodotto esista. Per me è stata un’esperienza bellissima, anche perché praticata durante il periodo più buio (o quasi) della mia vita: mi ha fatto ritrovare amici, calore umano e la voglia di crederci ancora.