Le pillole contraccettive di ultima generazione, a base di drospirenone, ormone progestinico, in Italia rappresentano il 35 per cento di tutto il mercato dei contraccettivi orali venduti in farmacia, con un giro d’affari di 80 milioni di euro. E si tratta di un settore destinato a crescere, grazie alla messa in commercio di pillole ‘generiche’, cioè non di marca. A differenza del farmaco equivalente, che fa fatica a conquistare la fiducia degli italiani (visto che rappresenta solo il 15 per cento del mercato farmaceutico contro il 50 per cento dell’Europa), la contraccezione ‘no brand’, complice la crisi, sta infatti conoscendo un vero boom.

Nonostante le italiane non siano grandi utilizzatrici della pillola, nell’ultimo anno si è registrato un incremento del 20 per cento nei consumi della pillola generica. Cifre che potrebbero crescere ancora con l’arrivo di altre pillole di ultima generazione in versione non branded, come emerge da un’indagine dell’Osservatorio nazionale sulla salute della donna (Onda). Secondo la ricerca, condotta su 600 donne tra i 18 e 40 anni, per una su cinque infatti l’acquisto della pillola è un problema economico, tanto che il 94 per cento è favorevole al passaggio a un contraccettivo generico. A gradire la pillola non di marca sono soprattutto le più giovani (46 per cento), mentre sono più restie a usarla le donne adulte (38 per cento), che la sceglierebbero solo se consigliata dal medico o dal ginecologo. La maggior parte delle donne (77 per cento) ha un rapporto di grande fedeltà con la propria pillola a basso dosaggio, che spesso richiede specificatamente al medico.

Attenzione ai rischi. Tuttavia si tratta di farmaci da prendere con precauzione, in quanto non privi di  rischi. Le pillole a base di drospirenone triplicano il pericolo di embolia, secondo alcuni studi, rispetto ai prodotti con altri progestinici. Secondo altre ricerche invece non ci sarebbero rischi in più indotti dalle pillole a base di drospirenone. In realtà, come spiega Lidia Rota, ematologa presso l’Istituto clinico Humanitas di Milano e presidente dell’Associazione lotta alla trombosi (Alt), “le pillole di ultima generazione uscite in questi dieci anni hanno un maggior rischio di trombosi rispetto a quelle vecchie  e in alcune donne particolarmente predisposte potrebbero scatenare un rischio di trombosi. Ma non é un buon motivo per sconsigliare tout court a tutte le donne la pillola, che può essere assunta per ragioni curative o contraccettive. Ci sono altri fattori che aumentano il rischio di trombosi, come la gravidanza, il periodo post-parto e l’interruzione volontaria di gravidanza”. Prima di assumere una pillola contraccettiva é bene fare degli esami di approfondimento. “In particolare il medico deve verificare – continua Rota – se in famiglia padri, madri e fratelli abbiano avuto flebiti, infarti, ictus, embolie, angine e problemi alle coronarie in età relativamente giovane, tra i 40 e 50 anni, per capire se c’é una fragilità genetica. E poi vanno escluse le donne che hanno già avuto episodi di trombosi. E’ a rischio chi è in sovrappreso, chi fuma, ha grasso addominale, non fa attività fisica o ha le vene un po’ dilatate sulle cosce”.

Ma come si regolano i ginecologi italiani? La Società italiana di contraccezione fa sapere che in Italia, prima di dare la pillola, si prescrivono le analisi del sangue (diverse da quelle genetiche per rilevare il rischio trombotico), anche se le linee guida non lo prevedono. Secondo l’Organizazzione mondiale della sanità il rischio trombo-embolico non va testato, perché il rapporto rischi/benefici è sfavorevole: in altre parole, gli esami genetici sono troppo costosi e non c’è garanzia di identificare tutte le donne a rischio. Il ginecologo quindi, prima di dare la pillola, valuta i fattori di rischio, come fumo e obesità, e la storia clinica della paziente e della sua famiglia per decidere se fare approfondimenti diagnostici sul rischio tromboembolico.