Trionfo chavista in Venezuela, mentre il presidente lotta tra la vita e la morte in una clinica dell’Avana. Venti dei ventitré stati del Paese hanno da oggi governatori chavisti, compreso il ricchissimo stato di Zulia che galleggia sulle riserve di petrolio più grandi d’America. Nelle delicate elezioni regionali di domenica il governo ha rafforzato il suo già notevole controllo del territorio prendendo il potere in altri cinque Stati (il Venezuela ha una struttura federale) tradizionalmente in mano all’opposizione: Zulia, Carabobo, Táchira, Nueva Esparta e Monagas. Bassa l’affluenza, poco più del 52%.

Gli avversari di Hugo Chávez non hanno perso tutto. Henrique Capriles, il giovane sfidante di Chávez alle presidenziali, personaggio di destra estrema e governatore dello stato di Miranda, di cui fa parte un popolosissimo distretto di Caracas, è stato confermato al suo posto. E’ un grande sospiro di sollievo per gli avversari del presidente. Se Capriles avesse perso Miranda, considerando la rovinosa sconfitta dell’antichavismo nel resto del Paese, Chávez e i suoi avrebbero avuto buon gioco a perseguire l’obiettivo massimo contro gli avversari: riuscire a spaccare l’opposizione, far disperdere agli antichavisti la recentemente ritrovata unità politica, unica preziosa conquista arrivata dopo 14 anni di tentativi ogni volta naufragati. Mantenendo invece Miranda come roccaforte, Caprìles potrà proporsi come leader dell’opposizione e, già lo dice, prepararsi alle presidenziali. Secondo il calendario le elezioni per il governo del Paese non dovrebbero svolgersi prima del 2019, ma a Caracas tutti ne parlano come se si dovesse votare dopodomani. La malattia del presidente – tornato a Cuba per operarsi d’urgenza (è la quarta volta) per un tumore in zona pelvica – è la vera unica variabile della politica venezuelana. Più dell’enorme deficit che equivale al 15% del prodotto interno lordo. Più dell’imminente nuova svalutazione del bolìvar, la moneta nazionale, che il governo per ragioni elettorali ha fatto slittare finora, ma che è diventata ormai inevitabile. In Venezuela c’è un regime di cambio fisso. Il dollaro al mercato nero vale quattro volte e mezzo il suo valore ufficiale.

Chávez prima di partire per la nuova operazione all’Avana ha indicato il suo vice Nicolas Maduro come successore nel caso in cui le sue condizioni di salute non gli consentissero di governare. Oggi Maduro, livido in volto e teso come una corda di violino, ha annunciato che il decorso post operatorio del presidente “è positivo”. Rafael Correa, presidente dell’Ecudaor e ultimamente molto presente a Caracas, aveva detto l’altro ieri che la situazione clinica di Chávez  “è seria, molto seria”. L’assunzione del nuovo mandato presidenziale è prevista per il 10 gennaio. Pare che il presidente non sia in grado di tornare a Caracas per quella data.

La vittoria schiacciante alle elezioni offre però a Chávez la possibilità di una mossa ardita, costituzionalmente discutibilissima, ma politicamente praticabile: giurare all’Avana senza tornare a Caracas e consentire nel frattempo al suo fedele Maduro di prendere il suo posto aggirando così l’obbligo di indire nuove elezioni. L’ostacolo, enorme, non è l’opposizione ma un temibile avversario interno: il potente e furbissimo Diosdado Cabello, anche lui chavista della prima ora come Maduro, ma diversamente da Maduro profondamente ostile alla famiglia Castro e deciso ad essere il nuovo leader del chavismo senza Chávez. È il capo della “boliborguesia”, il referente politico dei nuovi ricchi venezuelani che hanno fatto soldi a palate all’ombra del chavismo. Il suo obiettivo è evitare che il presidente riesca a terminare l’operazione politica di nominare Maduro suo erede attraverso “il dedazo”, la designazione del successore alla vecchia maniera dei “caudillos” latinoamericani. Chávez, per toglierselo di torno, aveva tentato di proporgli la candidatura a governatore dello stato di Monagas nella speranza che perdesse (lì il chavismo infatti ha perso) e che si bruciasse politicamente. Diosdado Cabello non c’è cascato, ha rifiutato: un atto di insubordinazione che ha un solo significato politico in Venezuela, vuol dire dichiarare guerra al comandante-presidente. Cabello ha dalla sua un enorme potere personale, il sostegno dei suoi ricchissimi amici in grado di ricattare con scottanti dossier buona parte del chavismo che conta e il ruolo formale di presidente del parlamento. Spetterebbe a lui, in teoria, sciogliere l’assemblea e indire le nuove elezioni. E’ lui, molto più dell’opposizione, il vero sconfitto di oggi. La partita, però, è appena cominciata. E si annuncia avvelenata.