E ora Mario Monti ha le mani libere. Libere per ‘dire agli italiani’, come lui stesso avrebbe riferito alle persone più vicine, come la pensa veramente. E anche mani libere per avviare finalmente una lista. Per andare dove? Di nuovo a Palazzo Chigi? Forse. Ma forse e anche meglio al Quirinale, riferimento e garanzia di un governo con Pier Luigi Bersani presidente del Consiglio e una buona fetta degli scranni parlamentari di maggioranza occupati da quel centro – Casini, Fini e Montezemolo in testa – che attorno alla figura dell’ex rettore della Bocconi da tempo sperano di accodarsi. Fantapolitica? Di certo, le parole di Montezemolo trapelate oggi – “senza Monti più difficile fare una lista” – possono anche essere lette al contrario: ora che Monti non è più legato a un esecutivo tecnico si può ragionare di una sua discesa in campo. E il plauso di Bersani alla “dignità” del presidente del Consiglio non è necessariamente in contrasto con una coalizione di centro-sinistra segnata a fondo dall’europeismo del professore. Senza contare che il successo del Pd, dato per certo sulla carta, altrettanto certo non è nei numeri, soprattutto quelli del Senato, soprattutto ora che le speranze di votare con qualcosa di diverso dal Porcellum sono definitivamente tramontate e i democratici potrebbero svegliarsi dopo il voto con la maggioranza relativa dei voti nel Paese ma senza le poltrone sufficienti a governare da soli o in tandem con la sola Sel.

Altrettanto certo, per ora Monti ha deciso di non galleggiare. Fonti ministeriali riferiscono che il premier avrebbe spiegato al Capo dello Stato le sue intenzioni di procedere alle dimissioni per l’atteggiamento assunto dal Pdl. Non ci sto, questo il ragionamento del premier, a farmi impallinare da un partito che ha votato i provvedimenti per un anno e all’improvviso prende una posizione opposta ai suoi comportamenti. E ancora: non ci sto a considerare che quanto successo non comporti delle conseguenze, la decisione del Pdl lede la mia persona e il mio governo. 

Il presidente, spiega chi ha potuto parlargli, “ha ritenuto che il discorso di Alfano  – oggi il primo a garantire sulla responsabilità del suo partito – alla Camera rappresentasse un netto cambio di posizione rispetto alla linea sin qui tenuta dal Pdl”. In particolare Monti non ha gradito per nulla la parte sui danni che, a detta del segretario, le misure del governo hanno avuto sull’economia: “Il premier non poteva accettare che si dicesse che il debito è salito, così come la disoccupazione, le tasse, l’inflazione; accusando il governo di aver fatto nel contempo diminuire la crescita e i consumi”, spiega. Per Monti si è trattato di un “atto di sfiducia” vero e proprio sull’agenda portata avanti dall’esecutivo. Per tale ragione, riferisce la stessa fonte, il capo del governo ha ritenuto doveroso fare un “atto politico forte e di discontinuità” che sancisse come la posizione “attuale” del Pdl, che è ‘in contrasto con quanto finora sostenuto” fosse incompatibile con la prosecuzione di un leale rapporto di fiducia.

Quanto a una lista che si fregi del suo nome, “su questo ancora nessuna decisione è stata presa”, dicono fonti vicine al governo, facendo capire, tuttavia, che una riflessione è in corso. Nessuno al momento si sbottona e c’è da credere che Monti continuerà a non prendere in considerazione la cosa finché occupera gli uffici di Palazzo Chigi. Ma l’ipotesi di un ingresso in politica non viene esclusa. Anzi, il premier starebbe tuttora riflettendo sulla possibilità di promuovere in prima persona una lista elettorale. “Una riflessione – si dice – non è ancora terminata”. Anche ieri ci sarebbero stati contatti tra alcuni ministri, in primis Passera, Ornaghi e Riccardi, e quell’ala del Pdl che vorrebbe sostenere l’attuale presidente del Consiglio anche dopo la legislatura. Un’area che per il momento comprende Cl, gli alemanniani e altri ‘big’ del partito e che potrebbe ingrandirsi qualora il premier decidesse di scendere in campo.