Una lettera ai magistrati di Taranto arrivata dall‘Inghilterra. Il vicepresidente di Riva Group, Fabio Riva, ne è l’autore. Riva è tra i destinatari delle sette ordinanze di custodia cautelare emesse nell’ambito delle inchieste tarantine sull’Ilva e irreperibile dal 26 novembre. Lo ha rivelato il Tg1. “Ho saputo – scrive – che è stato emesso un provvedimento di custodia cautelare nei miei confronti. Quando questo è accaduto mi trovavo in Inghilterra. Ho deciso di mettermi a disposizione delle autorità inglesi”.

Tornando in Italia, in un’intervista all’Espresso il direttore dell’Agenzia regionale per la prevenzione e la protezione dell’ambiente della Puglia (Arpa), Giorgio Assennato, parla di un “effetto Sarajevo” in seguito al decreto legge in vigore. “Questo decreto – dice – farà saltare completamente la coesione sociale a Taranto perché contiene nuovi elementi di frattura fra le istituzioni”. E continua: “Il premier Monti, i giornali, tutti parlano di assenza di controlli negli anni passati. Assenza un cavolo! E’ dal 2006 che monitoriamo più di quanto saremmo tenuti a fare. I nostri dati sono addirittura più severi di quelli dei pm. Ma noi siamo un organo tecnico. Sono le amministrazioni a decidere. Noi dell’Arpa diciamo dal 2008 che gli impianti dell’Ilva emettono nell’aria quantità eccessive di un sicuro cancerogeno, il benzo(a)pirene. Ma nell’agosto del 2010 il Parlamento ha approvato una legge che rimanda al 2013 il rispetto dei limiti per questo inquinante. E insiste: “Nel rilasciare un’autorizzazione ambientale non si considera mai l’impatto sanitario della produzione, ma solo il rispetto di alcune soglie di emissione. Sull’Ilva la magistratura ha provato che esiste un pericolo attuale e permanente per la salute delle persone. Per risponderle non è sufficiente quindi firmare una nuova Aia, che si basa solo sui limiti di legge: bisogna dimostrare che non esiste un rischio sanitario per gli abitanti di Taranto. Il ministero – conclude – avrebbe potuto e dovuto riprendere in mano la questione ad agosto, quando glielo chiesi io stesso. In quel caso l’Arpa avrebbe avuto tempo per definire la tipologia di produzione più nociva e stabilirne i limiti, basandosi però sulle conseguenze per i cittadini, non su dei parametri teorici”.

Nel frattempo si apprende che il valore dei beni bloccati all’Ilva per effetto del sequestro disposto dalla magistratura prima dello scorso 26 novembre ammonta a poco meno di un miliardo di euro. Si tratta, in particolare, di un milione e 700mila tonnellate tra prodotti finiti e semilavorati. Lo ha reso noto il presidente del’Ilva Bruno Ferrante. Tutto questo sta determinando l’inagibilità dei piazzali e delle aree di movimentazione dei prodotti, con ripercussioni  sugli impianti dell’area a freddo che l’Ilva ha fatto ripartire due giorni fa.

E proprio per il 6 dicembre è previsto l’incontro fra azienda e sindacati per affrontare la situazione di emergenza per lo sbarco delle materie prime. Le scorte di carbon coke e di minerale di ferro sono ormai al limite e consentono all’Ilva un’autonomia di qualche giorno. Dopo l’azienda sarà costretta a fermare gli impianti. Inoltre le gru addette allo scarico delle materie prime sono bloccate. Gli addetti si rifiutano di salirvi sopra se prima non si verificano le condizioni di sicurezza. I gruisti hanno assunto questa posizione dopo la morte di un loro collega, il 29enne Francesco Zaccaria, colpito dal tornado mentre era al lavoro. La conseguenza è, al momento, lo stallo nello scarico delle materie prime che servono all’Ilva.