Le proteste di piazza contro il presidente egiziano Mohammed Morsi continuano a essere sempre più forti dopo il nuovo decreto costituzionale e la ratifica lampo della stesura finale della costituzione che andrà a referendum il 15 dicembre. E per la terza volta in una settimana, piazza Tahrir ha visto un’affluenza record. Oggi, però, le manifestazioni sono arrivate sino al palazzo presidenziale, nel quartiere cairota di Heliopolis, dove decine di migliaia di persone si sono radunate dal primo pomeriggio per gridare il dissenso verso il tentativo di Morsi di accentrare ulteriormente il potere nelle sue mani. Una protesta pacifica che ha visto ripetersi gli slogan della rivoluzione rivisitati in chiave anti Fratelli musulmani.

La tensione è però salita nel pomeriggio, quando i manifestanti hanno rimosso il filo spinato che era stato messo nelle vie vicine per proteggere il palazzo. La polizia ha risposto con un massiccio lancio di lacrimogeni e poche ore dopo il presidente ha lasciato la sua residenza. Ma sulla partenza di Morsi da Qasr Itthiadeya (il nome della residenza presidenziale che per 30 anni ospitò Hosni Mubarak) ci sono versioni controverse. Alcune fonti vicine ai Fratelli Musulmani – il partito a cui Morsi appartiene – sostengono che il presidente avesse già programmato la sua partenza per degli impegni istituzionali. Tutto ciò però non ha comunque fermato i manifestanti che nelle ore seguenti sono continuati ad arrivare principalmente con tre marce partite dai quartieri vicini a Heliopolis.

“Questa Costituzione non ci rappresenta – dice Ossayma – Il presidente deve tornare indietro e stilare un documento che sia rappresentativo di tutta la società egiziana”. Le ultime manovre di Morsi stanno ricompattando l’opposizione egiziana che, però, anche se apparentemente unita in protesta mostra una composizione estremamente eterogenea. Questa settimana, infatti, per la prima volta hanno preso parte alle manifestazioni anche i sostenitori dell’ex regime di Mubarak, da sempre oppositori dei Fratelli Musulmani e zoccolo duro della parte alto borghese e laica della società egiziana. “Questo spaccato della popolazione è da sempre contro la fratellanza a prescindere da quello che fa – spiega Gennaro Gervasio, professore di storia del Medio Oriente alla BUE, British University of Egypt – perché parliamo di sostenitori o persone vicine all’ex regime, quelli che in arabo vengono chiamati i fulul. A questi si aggiungono coloro che sono da sempre definiti i membri dell’ hizb al kanapa (partito del divano), un’elite laica che comunque non ha mai protestato contro Mubarak”.

La presenza in piazza di questa parte di società è ora una delle questioni più scabrose da affrontare per i cosiddetti partiti liberali del Fronte di Salvezza Nazionale (neonato movimento che fa da ombrello all’opposizione e che vede tra i suoi esponenti l’ex capo dell’agenzia atomica internazionale, Mohammed El Baradei e la sorpresa delle ultime elezioni presidenziali, il socialista nasseriano Hamdeen Sabbahi). Tra i liberali e i fulul, infatti, secondo molti analisti, non ci sarebbe nessun punto di convergenza se non il dissenso contro gli ikhwan (nome in arabo dei fratelli musulmani). Un fattore che potrebbe ostacolare per l’ennesima volta la nascita di un movimento politico laico in grado di fronteggiare l’alto consenso che sino a ora ha portato i Fratelli Musulmani a prevalere in tutte le tornate elettorali del dopo rivoluzione. Intanto, oltre alle proteste di piazza le contestazioni contro il presidente Morsi hanno coinvolto anche i media egiziani. Oggi per la prima volta, diverse testate hanno scioperato contro il decreto mentre anche una parte dei giudici (colpiti direttamente dal decreto di Morsi che ha reso inappellabili le sue decisioni dalla magistratura) ha minacciato di non garantire la copertura legale per lo svolgimento del prossimo referendum.