Dopodomani non andrò a votare per le primarie. Ecco perché. Il teledibattito di mercoledì ha rafforzato quella che era un’intenzione già da prima e spazzato via tutti i dubbi. Non mi piace non votare, so già che mi lascerà in bocca un gusto amaro che non amo. Ma stavolta è davvero l’unica strada che mi sento di battere.

Non riuscirei mai (penso si sia capito da alcuni miei post precedenti) a scegliere Matteo Renzi, uno che ha fattezze fisiche di un’Opa di certo forzitalismo sul Pd. Che il focus della sua campagna elettorale sia stata l’opposizione del nuovo al vecchio senza mai scendere nel dettaglio in una delle tremende scelte che il prossimo presidente del Consiglio di questo paese dovrà prendere mi è sembrato sintomatico della fragilità politica del suo personaggio. Dunque niente Renzi.

Dall’altro lato non me la sento di appoggiare Bersani, uno che ha ricevuto finanziamenti elettorali dai Riva dell’Ilva, che è assai ben visto dalla Compagnia delle Opere, che ha schierato il partito per i si alla Tav senza nemmeno farsi sfiorare da un’ombra di dubbio. Uno che da uomo di sinistra, fra i suoi punti di riferimento non ha citato nemmeno una volta Berlinguer, per dire. Da Renzi non me lo aspettavo, da lui avrei anche potuto aspettarmelo. Ma quando l’ho ascoltato tirare in ballo il pur rispettabilissimo Papa Giovanni e poi anche chiedere scusa al suo parroco di paese per motivi che francamente non ho avuto la forza di ascoltare, sempre nel dibattito di mercoledì sera, allora la situazione mi è parsa chiara. La strategia suggerita da Flores d’Arcais (votare Renzi per spaccare il Pd e favorire la nascita di un soggetto nuovo) non funzionerà perché Bersani vincerà comunque.

Domenica non voterò perché nessuno dei due candidati ha una visione giusta per la sinistra di domani. E forse non sarò il solo.