La festa dell’Ashura cade il decimo giorno del mese di Muharram, il primo del calendario religioso musulmano. E’ un giorno di festa per tutti i musulmani perché ricorda quando Noé lasciò l’arca alla fine del diluvio e quando Mosé (Musa per i musulmani) venne protetto da Dio contro il Faraone. Per gli sciiti, però, l’Ashura è soprattutto il giorno del martirio di Hussein, nipote di Maometto, ucciso nella battaglia di Karbala, nel 680. Karbala, in Iraq, è meta ogni anno di centinaia di migliaia di pellegrini che celebrano l’Ashura visitando il mausoleo di Hussein. E proprio a Karbala, uno dei più santi luoghi della devozione sciita, è esplosa oggi una delle bombe che hanno trasformato, ancora una volta l’Ashura in una giornata di sangue. L’autobomba che a Karbala ha ucciso quattro persone e ne ha ferite altre 16 era parcheggiata proprio all’ingresso di un altro santuario, quello dell’imam Abbas. Quasi contemporaneamente, un’altra autobomba è esplosa ad Hilla, una città prevalentemente sciita non lontana da Kerbala.

L’obiettivo era un ristorante, pieno di lavoratori: 35 morti e 80 feriti. Nel resto del paese, a Mosul e Fallujah, altre cinque vittime, stavolta soldati e poliziotti, travolti dall’esplosione di altre due autobomba. Appena pochi settimane fa, i quartieri sciiti di Baghdad erano stati oggetto di un’altra serie di esplosioni che avevano causato 12 morti e 50 feriti. Tra il 20 e il 28 ottobre, autobomba e attacchi con armi automatiche di nuovo contro obiettivi sciiti avevano ucciso in totale 70 persone e ne avevano ferito almeno 110. Una lunghissima scia di sangue che ormai da anni ha il suo picco proprio all’Ashura e nei 40 giorni successivi, che gli sciiti devoti dedicano al pellegrinaggio verso Karbala. Gli attentati, tuttavia, sono una costante del tragico panorama iracheno e ogni mese ha il suo bilancio di vittime. L’invasione statunitense (e degli altri paesi) del 2003, l’occupazione successiva e infine il ritiro delle truppe, hanno scatenato tensioni inter-comunitarie che il regime di Saddam Hussein aveva tenuto a freno sotto la cappa di piombo della repressione. A questo, però, si aggiungono altri elementi più immediati.

Ormai da quasi un anno, l’Iraq è ingarbugliato in una crisi politica e istituzionale in cui si intrecciano in modo molto complesso gli interessi delle principali “comunità” nazionali, ovvero sciiti, sunniti e kurdi, con le rivalità interne a ciascuna componente e la fragilità delle istituzioni post- Saddam. Il 9 settembre scorso, per esempio, la Corte suprema ha condannato a morte in contumacia il vicepresidente Tariq al-Hashemi (sunnita), fuggito dal paese a dicembre del 2011 dopo che era stato spiccato un mandato d’arresto nei suoi confronti. Al-Hashemi, al momento è rifugiato in Turchia e con la protezione di Ankara che non vuole estradarlo, accusa il primo ministro Nuri al-Maliki (sciita) di aver orchestrato un processo politico ai suoi danni. Il governo di al-Maliki si regge su un fragilissimo accordo politico, concluso nel 2010 dopo il rischio di una crisi interna che avrebbe potuto portare a una guerra civile. Tuttavia, al-Hashemi e diverse altre figure del panorama politico iracheno, sia sunniti, che sciiti che kurdi, accusano Al-Maliki di non aver rispettato quel patto a tre e anzi di voler concentrare nelle proprie mani sempre più potere. L’opposizione ad al-Maliki è però molto divisa e in assenza di un’alternativa credibile il primo ministro continua a reggere il governo, nonché – i suoi critici aggiungono – a controllare i servizi segreti.

Come scriveva un dettagliato rapporto dell’International Crisis Group a luglio scorso (dopo un’altra serie di attentati sanguinosi), il problema è più profondo: “E’ direttamente connesso con l’incapacità del sistema di superare l’eredità del regime di Saddam Hussein e delle sue pratiche repressive: una cultura di profondo sospetto accoppiata a un’idea della politica per cui chi vince prende tutto. Poiché non ha mai prodotto un bilanciato, e condiviso accordo sulla distribuzione del potere, del territorio e delle risorse, il mercato politico seguito alla caduta del regime ha fatto ben poco per rimediare a questa situazione”. Tutta colpa degli iracheni, dunque? No di certo. “L’ordine costituzionale favorito dall’occupazione statunitense è stato uno strano patchwork che non ha affrontato le questioni di fondo – prosegue il rapporto – la natura del sistema federale; i poteri del presidente, del primo ministro e del parlamento; perfino l’identità dello stato e dei suoi cittadini. Peggio ancora, congelando una concezione etno-settaria della politica ha contribuito ad alimentare un conflitto che a volte è stato più violento, a volte più subdolo, ma non è mai sparito del tutto”. Con le elezioni politiche previste per il 2014, è molto forte il timore che nei mesi a venire la situazione peggiorerà ancora.

di Joseph Zarlingo