Dopo le favole di Andersen, arrivano quelle del parlamentare Enzo Raisi che si dedica, come fa da tempo, alla strage di Bologna del 2 agosto 1980 con il libro Bomba o non bomba. Tra i due autori, però, c’è una differenza. Mentre le favole di Andersen educavano i più giovani al futuro, quelle di Raisi non portano da nessuna parte, a iniziare dall’illeggibilità dell’opera, priva non solo dell’indice dei nomi, ma anche di quello generale dell’opera.

In questo libro sono definito un “negazionista”. Soffermiamoci intanto sulle parole, il negazionista è colui che nega – è lapalissiano – una realtà accertata in sedi diverse, che siano storiche e/o giudiziarie, come accade nel caso dell’Olocausto. A rigor di logica, dunque, sostenendo l’asse brigastico-palestinese come vera responsabile della strage, dovrebbe essere l’onorevole Raisi a vedersi apporre un’etichetta del genere, dato che lo fa negando sentenze e documenti che indicano i Nar (Nuclei armati rivoluzionari) quali responsabili esecutivi dell’attentato.

Si mettono poi in relazione le Brigate Rosse, il Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina e l’Autonomia dei Volsci quando si sa – anche ciò è documentato – che queste realtà non collaborarono tra di loro, anzi, e che le Br i contatti ce li ebbero con Al Fatah: una differenza non da poco. Nei depositi di esplosivo a loro riconducibili, inoltre, erano presenti composti non compatibili con quello usato a Bologna il 2 agosto 1980, nonostante si affermi il contrario. Infine si tira di nuovo fuori la figura di Mauro Di Vittorio, il giovane romano morto nella strage di Bologna, insinuando che avrebbe avuto a che fare – per quanto involontariamente – con l’esplosione.

Lo si fa sostenendo che era vicino all’Autonomia romana, un militante duro. Non è vero e anche qui, negli ultimi mesi, sono stati recuperati i suoi diari che raccontano di simpatie di sinistra da parte di uno ragazzo che non poteva fare politica né nei partiti tradizionali né delle formazioni extraparlamentari perché doveva fare altro: lavorare per contribuire al sostentamento della famiglia dopo la morte del padre.

Su ognuno di questi aspetti ci sarebbe tanto da scrivere perché ognuno merita un approfondimento vasto e articolato e non è questa la sede. La storia che mi si accusa di sostenere da “negazionista” è contenuta in carte d’indagine e di sentenze che travalicano Bologna, ma che partono da Palermo e che passano da Aosta, Milano, Brescia, Venezia e Firenze, solo per citare alcune sedi. E poi addirittura, nel cercare di rinsaldare la mia figura di “negazionista”, mi si risponde con documenti che avvalorano le mie tesi.

Quando ho parlato della caldaia come prima ipotesi per l’esplosione (vedasi anche primo depistaggio che doveva far ritardare l’inizio delle indagini), tesi sostenuta dal prefetto di Bologna dei tempi (ci sono le registrazioni audio) e da altri esponenti delle istituzioni, mi si dice che non è vero. Nell’articolo “Le farfalline di Bolognesi”, si riporta però tra gli altri un telegramma della Digos datato 2 agosto 1980 e l’orario è quello delle 21.20. Vi si legge:

“Cat. A.4/DIGOS punto Relazione esplosione avvenuta stamane locale stazione Fs non potendosi escludere anche attentato cui matrice potrebbe farsi risalire at elementi destra extraparlamentare pregasi controllare subito rispettive giurisdizioni presenza noti elementi aderenti at disciolto movimento Ordine Nuovo et gruppi Fronte Nazionale Rivoluzionario, et Ordine Nero controllando anche eventuali alibi punto Particolare raccomandazione rivolgesi Questure Toscana punto Esito solo se positivo punto”.

Dunque, pur avendo iniziato a orientarsi sulla pista nera, a quell’ora – cioè 11 ore dopo la strage – ancora non si dà per certo l’attentato, anche se non si può escludere che tale si stato. E per aver rispolverato questo documento, ringrazio Libero Reporter che ha conferito un altro elemento a sostegno di ciò che asserisco quando parlo della tesi “caldaia” per rallentare le indagini.