Come il “capo di un clan” lo aveva definito il giudice per le indagini preliminari di Roma. Di una banda capace di depredare le casse di un partito defunto, la Margherita, di 22 milioni di euro, e di delegittimarlo. Un gruppo di ladri votati alla spoliazione di soldi la cui origine è pubblica. Al senatore ex Pd Luigi Lusi, tra i pochissimi politici a vedere accolta da un ramo del Parlamento la richiesta di arresto, è stata notificata nel convento abruzzese che lo ospita agli arresti domiciliari la richiesta di rinvio a giudizio per associazione a delinquere finalizzata all’appropriazione indebita.

I soldi, secondo la Procura di Roma, sono finiti in società create ad hoc anche all’estero. Decine di bonifici che il senatore, già in un interrogatorio dello scorso gennaio, aveva ammesso di essere l’unico beneficiario: anche se dalle carte dell’inchiesta come documentato dal Fatto Quotidiano risulta un bonifico di milione alla fondazione di Rutelli, che ha sempre dichiarato la sua estraneità a ogni illecito. E Lusi, infatti, dovrà rispondere anche di calunnia per le insinuazioni prima e le dichiarazioni a verbale poi in cui puntava il dito contro Francesco Rutelli e altri componenti del partito: dopo il voto del Senato che lo spediva a Rebibbia Lusi aveva minacciato che avrebbe avuto tanto da dire ai magistrati. Ma le sue accuse sembrano andate a vuoto. Lusi, difeso dagli avvocati Luca Petrucci e Renato Archidiacono, ha sempre respinto le accuse sostenendo di aver fatto investimenti immobiliari in virtù di “un preciso patto fiduciario” ricevuto da Rutelli del quale, per gli inquirenti, non esiste traccia. 

I pm di piazzale Clodio chiedono il processo anche per Giovanna Petricone, moglie del senatore, i commercialisti Mario Montecchia e Giovanni Sebastio nonché Diana Ferri, collaboratrice e prestanome di Lusi in una sua società. Sono cadute le ipotesi di reato di riciclaggio e peculato nei confronti della signora e quella di intestazione fittizia di beni per lo stesso Lusi. Escono di scena dall’ inchiesta invece Francesco Giuseppe Petricone, e Micol D’Andrea, rispettivamente cognato e nipote acquisita di Lusi. 

Attualmente detenuto nel convento Santa Maria dei Bisognosi a Carsoli, in Abruzzo, dopo l’arresto del 22 giugno deciso dal Senato, Lusi, 50 anni, fino a febbraio scorso senatore del Pd, dal quale è stato espulso per poi confluire nel Gruppo Misto, è accusato di aver sottratto soldi dalle casse della Margherita, provenienti dai rimborsi elettorali, a partire dal 2007, epoca di scioglimento della Margherita. Denaro trasferito, secondo il pm Stefano Pesci, a due società del parlamentare, la “Ttt srl” e la “Paradiso Immobiliare”, che successivamente acquisirono diversi immobili tra i quali un appartamento in via Monserrato, nel centro di Roma, la lussuosa villa di Genzano in cui viveva la famiglia Lusi e cinque appartamenti a Capistrello (L’Aquila). L’inchiesta era partita grazie a una segnalazione della Banca d’Italia che indicava un’anomalia dietro l’acquisto del lussuoso appartamento di via Monserrato, a poco più di un chilometro da piazza Navona. Su questa acquisizione, inoltre, un funzionario di Bankitalia, su delega della procura di Roma, ha lavorato per mesi per fare luce sui soldi.