L’election day solo se il Parlamento riuscirà a presentare, in tempi brevi, l’attesa riforma elettorale. Senza la quale il Capo dello Stato non intimerà al governo di intervenire con un decreto, come si sospettava da giorni, bensì non scioglierà le Camere, se non a chiusura naturale della legislatura. Napolitano, d’altra parte, non aveva altro modo per pressare i partiti a trovare un’intesa sulla nuova legge di cui si discute ormai dal giugno scorso.

Quindi ha voluto tenere aperta la possibilità di un election day, che accorpi politiche e regionali di Lazio, Lombardia e Molise per il 10 marzo, come richiesto a gran voce del Pdl e anche, più sommessamente, dall’Udc (ma non dal Pd), ma ha messo un paletto molto pesante oltre all’approvazione della legge di Stabilità  e, quindi, della legge di bilancio per il 2013. Qualora l’intesa mancasse, per le politiche si andrà a votare il 7 aprile. E, a quel punto, potrebbe essere anche il nuovo inquilino del Quirinale a dare l’incarico al nuovo premier. Diversamente, toccherà ancora a Napolitano.

La palla è dunque tornata prepotentemente nel campo politico. E il finale di partita non è affatto scontato. Attenti osservatori dei movimenti dei partiti, come il senatore e costituzionalista Stefano Ceccanti, preferiscono non azzardare pronostici: “L’election day non sembra affatto più vicino”. Da esperto di sistemi di voto, l’esponente Pd ha messo a confronto lo stato dei lavori sulla legge elettorale con il comunicato del Quirinale che “correttamente ricordano che l’election day a marzo può esservi solo con la legge elettorale; per questo, a me al momento l’election day non sembra più vicino: dei due principi giustamente indicati dal Presidente come fondamentali per il cambio della legge, uno è senz’altro eluso, la stabilita’ di governo, e l’altro malamente affrontato, la scelta di due terzi dei rappresentanti con le preferenze in maxi circoscrizioni”.

Insomma, il lavoro in commissione Affari Costituzionali sarebbe ancora molto lontano dall’obiettivo. Ma è indubbio che, a questo punto, chiariti i giochi, chi ha maggior interesse ad andare ad un election day premerà per trovare una maggioranza parlamentare capace di delineare un accordo rapidamente. Sono il Pdl, con l’Udc (ma anche la Lega), si diceva, che più di altri vogliono votare le regionali insieme alle politiche.

Consapevoli di non avere sondaggi favorevoli alla vittoria, gli ex alleati del centrodestra temono l’effetto trascinamento di una sconfitta alle amministrative sulle politiche, mentre il Pd vorrebbe due diverse consultazioni proprio per l’effetto opposto, cioè poter “monetizzare” anche nelle urne delle politiche un’eventuale vittoria nelle regionali. Che ad oggi appare quasi certa nel Lazio e abbastanza sicura in Molise, più incerta in Lombardia. Insomma, si va verso settimane di fuoco al Senato.  Ma nel caso si riuscisse a trovare una quadra sulla legge elettorale, Napolitano potrebbe sciogliere le Camere ragionevolmente entro la metà di gennaio per consentire lo svolgimento dei 45 giorni di campagna elettorale (articolo 37 della Costituzione).

Poche ore fa, il Capo dello Stato è stato chiaro con Fini, Schifani e Monti, durante un’interminabile riunione al Quirinale, dove sono state messe sul tavolo tutte le possibilità; la sua principale preoccupazione è non mandare alle urne il Paese con una legge elettorale dichiarata incostituzionale dalla Suprema Corte sul punto del premio di maggioranza. Da qui, dunque, il lasciare la porta aperta per l’election day collegato, tuttavia, alla soluzione di questo problema politico. La cui soluzione, oggi, è in mano tutta al Pd. Ma i democratici rischiano di restare in minoranza, in commissione, davanti alla determinazione di Pdl, Lega e Udc di andare all’election day. Una partita, insomma, ancora piena di suspance.

Intanto lo spiraglio aperto dal Capo dello Stato fa esultare il Pdl, in prima linea nella richiesta di un election day. “Si va nella direzione giusta” dice il segretario Angelino Alfano, tra i primi a commentare la nota del Quirinale. La decisione di votare a marzo tra l’altro consentirebbe all’ex Guardasigilli di fare le tanto tribolate primarie del centrodestra. La voce che circola nel partito però è che la consultazione popolare si svolga solo nelle prime tre regioni (Lazio, Lombardia e Molise) il 16 dicembre e che poi si decida di non andare più avanti per mancanza di tempo. A condizionare le scelte del Pdl è l’incognita Silvio Berlusconi.

Il Cavaliere che avrebbe gradito anticipare ancora di più i tempi attende di capire entro la prossima settimana cosa si deciderà di fare sulla legge elettorale e poi in base a quello e all’esito delle primarie del Pd decidere del suo futuro. La possibilità di un election day piace anche Pier Ferdinando Casini che da giorni invitava a riflettere sulla necessita di non sottoporre il Paese a “estenuanti” mesi di campagna elettorale. Anche nel Pd la nota del Colle viene accolta con un giudizio positivo da Pier Luigi Bersani: “Ho appena letto il comunicato e mi pare che la valutazione sulla data delle elezioni sia stata fatta nella sede giusta”, è il commento del leader del Pd che poi ribadisce con forza la necessità che sia modificata la legge elettorale.

Gli occhi dunque sono tutti puntati sul Senato dove è in corso la discussione sulle modifiche al Porcellum. L’impegno ribadito dal presidente del Senato è portare la legge entro la fine del mese in Aula, al voto. Le posizioni tra Pd e Pdl, però, restano distanti anche se il dossier dell’election day potrebbe giocare, finalmente, a favore di un’intesa. Al lavoro per arrivare alla “decima” mediazione è il senatore Roberto Calderoli convinto che se non si riuscirà a superare l’impasse “Napolitano indirizzerà un messaggio ai partiti per chiedere almeno il recepimento delle indicazioni della Corte Costituzionale sul ‘porcellum’ e quindi – spiega – l’introduzione di una soglia di sbarramento al di sopra della quale far scattare il premio di maggioranza”.