Caso Petraeus. Tasse. Crisi delle ambasciate. Immigrazione. Sono state le questioni al centro della conferenza stampa che Barack Obama ha tenuto alla Casa Bianca. La prima conferenza stampa dalla vittoria elettorale. Il primo incontro con i reporter da luglio, per un presidente che tradizionalmente non ama essere al centro di domande troppo puntute e aggressive dei giornalisti. 

Come ampiamente previsto, tutta la prima parte dell’incontro è stata dedicata alle dimissioni del generale David Petraeus da direttore della CIA. Premettendo che “chiunque è innocente sino alla prova di colpevolezza”, e che non intende immischiarsi nelle indagini in corso, Obama ha spiegato che “non c’è alcuna prova, da quanto posso capire, che informazioni essenziali per la sicurezza nazionale” siano trapelate. Petraeus non avrebbe quindi passato a Paula Broadwell alcuna “informazione sensibile”.

Nessun accenno è venuto dal presidente sulla tempistica della vicenda, né sul ruolo molto discusso giocato dall’FBI, sul quale Obama è sembrato sospendere il giudizio: “L’FBI ha i suoi protocolli, che dettano il modo in cui procedere. Toccherà al direttore Robert Mueller spiegare pubblicamente quanto successo”. Su Petraeus, Obama è parso comunque chiudere definitivamente il sipario: “L’America è più sicura, dopo quanto Petraeus ha fatto. Il generale ha avuto una carriera straordinaria”. Tutti, nella sala, e a Washington, non hanno potuto fare a meno di notare il tempo passato con cui il presidente ha salutato, e in qualche modo congedato, l’ex-direttore della CIA. 

Un altro capitolo importante della conferenza stampa è stato dedicato alla questione delle tasse. Qui Obama è stato categorico. “Non possiamo permetterci di estendere ancora i tagli alle tasse per i più ricchi”, ha detto, aggiungendo che “ancora più americani rispetto a quelli che mi hanno votato sono d’accordo con me su questo tema”. Per il presidente, alzare le tasse per i più ricchi, ed estendere gli incentivi fiscali per la classe media, significa rimuovere “almeno la metà dei pericoli per la nostra economia”.

Obama ha detto di volere “un accordo importante, un accordo che sia il più comprensivo possibile”. Un riferimento che è risuonato come un appello ai repubblicani del Congresso, che sono per ora fermi alla difesa implacabile delle facilitazioni fiscali per chi guadagna più di 250mila dollari. Nelle ultime ore John Boehner, speaker repubblicano della Camera, è parso disponibile a alcuni tagli periferici e parziali delle imposte per i più ricchi, ma ha riconfermato l’appoggio incondizionato alle deduzioni fiscali decise da Bush. E’ proprio quello che Obama non può concedere e che ha più volte ripetuto di non voler concedere durante tutta la campagna elettorale. Il muro contro muro quindi continua, mentre si avvicina il “fiscal cliff”, il meccanismo combinato di tagli alla spesa (soprattutto quella militare e sociale) e aumenti delle tasse che entrerà in vigore il 1 gennaio, se le parti non troveranno un accordo. Da quanto si è sentito nelle parole di Obama dalla Casa Bianca, un accordo è per il momento lontanissimo.

Il momento forse più teso nella sequenza di domande e risposte è venuta sul caso di Bengasi e dell’assassinio dell’ambasciatore Christopher Stevens. Nelle scorse ore molti repubblicani hanno ancora criticato la gestione della vicenda da parte dell’amministrazione e le molte domande che ancora aleggiano. Perché la Casa Bianca per giorni ha continuato a ripetere che l’attacco alle ambasciate non era un atto terroristico premeditato, ma era provocato dalle reazioni al film su Maometto? Perché per mesi il Dipartimento di Stato ha trascurato le informazioni su un possibile attacco terroristico a obiettivi USA nel nord-Africa? Perché la CIA ha messo così tanto tempo prima di arrivare sul luogo dell’attacco?

Obama è parso, durante la conferenza stampa, interessato soprattutto a difendere Susan Rice, ambasciatrice statunitense all’ONU, colei che nei giorni successivi all’attacco è andata più spesso in televisione a spiegare che “il terrorismo non c’entra, si è trattato di manifestazioni di piazza causate dal video su Maometto”. Due repubblicani influenti in materia di politica estera e sicurezza nazionale, John McCain e Lindsay Graham hanno fatto sapere che faranno di tutto per impedire che la Rice venga nominata segretario di Stato al posto di Hillary Clinton. Obama ha risposto sprezzante che il loro giudizio è “oltraggioso, e che se vogliono prendersela con qualcuno, se la prendano con me”. La reazione di Graham è arrivata immediatamente attraverso Twitter: “Il presidente stia tranquillo. Non ritengo altri che lui responsabile di quanto avvenuto a Bengasi”. Nonostante il tono particolarmente aggressivo di Obama, pare a questo punto sempre più difficile che la Rice possa essere nominata al Dipartimento di Stato.

In omaggio alla straordinaria partecipazione dell’elettorato ispanico al voto, e al suo ruolo essenziale per la vittoria di Obama, il presidente ha poi spiegato che “bisogna cogliere il momento” e che un progetto di riforma complessivo dell’immigrazione negli USA può arrivare al Congresso subito dopo il giorno dell’inaugurazione del suo secondo mandato, il prossimo 21 gennaio. “Ci deve essere un percorso per legalizzare gli illegali”, ha spiegato, ricordando anche che i figli degli immigrati senza documenti condotti negli States da bambini ”non possono essere ritenuti responsabili delle colpe dei padri”. In un omaggio significativo al nuovo peso degli ispanici negli Stati Uniti, la terza domanda della conferenza stampa è stata assegnata a una giornalista di Telemundo.

L’ora e mezza di botta e risposta è stata occupata da altre questioni. Per esempio il rapporto con l’ex-rivale Romney: “Ha gestito bene le Olimpiadi… Voglio parlare al più presto con lui di riforma della tassazione”, ha detto Obama. O ancora la questione del riscaldamento globale: “I ghiacciai si stanno sciogliendo, e sono convinto che i cambiamenti climatici siano reali”, ha spiegato il presidente, aggiungendo però che realisticamente la questione climatica verrà, tra le priorità della sua presidenza, dopo economia, lavoro e immigrazione. Obama è parso però particolarmente interessato a fissare una volta per tutte l’obiettivo dei prossimi quattro anni: “Migliorare le condizioni della classe media”, ha detto, per un secondo mandato che lui spera “migliore del primo”.