E’ finita. Anzi no. Proprio mentre si consumavano gli ultimi comizi dei due candidati, è arrivata la notizia che ancora oggi, giorno del voto, Mitt Romney farà campagna elettorale a Pittsburgh (Pennsylvania) e Cleveland (Ohio). Sono gli ultimi, disperati tentativi di convincere i pochi indecisi, di battere in quei distretti elettorali dove l’esito appare sul filo di lana. La battaglia è però ormai sostanzialmente chiusa. Trenta milioni di americani hanno già votato, per posta o di persona. Altri milioni voteranno oggi. La campagna elettorale finisce con Barack Obama in lieve vantaggio nei sondaggi, soprattutto nei “battleground states”, ma con il suo rivale che mostra una volontà tenace di non mollare e una fiducia incrollabile nel potercela fare.

A fotografare ancora una volta la situazione di vantaggio per Obama, comunque “entro il margine di errore”, è venuto nelle ultime ore il sondaggio finale del “Washington Post/ABC News”, che dà al presidente il 50% dei consensi tra i “probabili elettori”, con Romney fermo al 47%. La rilevazione mostra Obama in salita tra gli elettori bianchi, che sino a qualche giorno fa mostravano un’ancor più netta predilezione per Romney. Nelle ore finali della corsa, il 56% dei bianchi sceglie il repubblicano, il 41% il democratico. Buona anche la ripresa di Obama tra gli “indipendenti”. Il 48% sceglie Romney, il 46% Obama (era 58% contro 38% dieci giorni fa). Probabile che la gestione della crisi dell’uragano Sandy e i 171 mila nuovi posti di lavoro aggiunti all’economia USA a ottobre abbiano fatto guadagnare consensi al presidente in questi due fondamentali gruppi.

Ieri Obama ha concluso la campagna in Wisconsin, Ohio e Iowa, dove “tutto è iniziato nel 2008 – ha detto – e dove ho deciso di tenere l’ultimo comizio presidenziale della mia vita”. A Madison, Wisconsin, introdotto da Bruce Springsteen (anche il Boss con la voce ormai arrochita dal freddo e dalle diverse apparizioni a favore del presidente), Obama ha detto che “la battaglia va avanti” e che la sua America è quella dove “ognuno ottiene la sua chance, ognuno gioca secondo le stesse regole. E’ per questo che mi avete eletto nel 2008 ed è per questo che mi ripresento per un secondo mandato”. Obama non ha mai citato il rivale, prendendo le distanze dalla campagna soprattutto “negativa” che ha punteggiato gran parte della sua seconda avventura elettorale (e che, dicono alcuni dell’entourage, Obama non ha mai davvero amato. Da qui, probabilmente, il tono indeciso e imbarazzato nel primo dibattito televisivo, a Denver).

Mitt Romney ha girato instancabile tra Florida, Ohio, Virginia, New Hampshire, rivolgendosi “a chi teme che il sogno americano si stia spegnendo, e che migliori salari e lavoro siano cose del passato. Per voi ho un messaggio inequivocabile: con la giusta leadership, l’America ruggirà ancora”. Le folle l’hanno spesso accolto scandendo un numero: “45, 45, 45”. Romney sarebbe infatti il 45esimo presidente degli Stati Uniti. Buona parte dei comizi del repubblicano sono stati tenuti in hangar accanto agli aeroporti, in modo da permettergli di atterrare, salire sul podio accompagnato dalla solita colonna sonora, “Born Free” dei Kid Rock e quindi ripartire. Simile anche lo striscione sotto cui Romney ha parlato, su cui campeggiava la scritta: “Occhi lungimiranti, e un cuore grande, non possono perdere”.

Con il passare delle ore, due fatti appaiono sempre più decisivi per l’esito finale: l’affluenza alle urne e la composizione etnica e demografica del voto. Nel 2008 votarono circa 131 milioni di americani, il 62,9% degli aventi diritto. Se quest’anno l’affluenza sarà uguale, o più bassa, Obama potrebbe avere qualche problema. Significherebbe che una parte di quelli che lo sostennero nel 2008 questa volta non sono andati alle urne: probabilmente i più giovani e gli afro-americani. Romney appare invece più certo della “fedeltà” dei gruppi che lo sostengono: bianchi, anziani ed evangelici. Soprattutto quest’ultimo gruppo, che sino a qualche mese fa non nascondeva i propri dubbi, appare ora compatto dietro il candidato repubblicano. Uno degli ultimi comizi di Romney, ieri, è stato nella contea di Fairfax, in Virginia, a pochi chilometri da uno dei bastioni della cultura evangelica americana, la Liberty University fondata da Jerry Falwell. 

Ancora una volta è comunque l’Ohio lo Stato che attira più attenzioni, timori e speranze. Secondo fonti della campagna democratica, i risultati dell’early voting sarebbero qui estremamente positivi per Obama. Oggi però è prevista una notevole affluenza alle urne dei repubblicani. La vera incognita è rappresentata dai “provisional ballots”, i voti espressi nelle scorse settimane ma di cui per diverse ragioni si deve verificare la validità. Questi voti – furono 15 mila in Ohio nel 2008 – non possono per legge essere conteggiati prima di 10 giorni dalla chiusura delle urne. Ciò significa che, nel caso i due candidati fossero stasera molto, troppo vicini, bisognerebbe attendere lo spoglio dei “provisional ballots” per assegnare lo Stato. E quindi, forse, la vittoria presidenziale.

Si tratta di un’ipotesi estrema, in cui nessuno, nel team di Obama e di Romney, dice di credere. Il candidato repubblicano seguirà lo spoglio dei voti dal suo quartier generale di Boston. Obama sarà invece, come quattro anni fa, a Chicago. Non più nell’enorme spazio verde di Grant Park, ma al chiuso del McCormick Center, il più grande centro congressi del nord-America. Attesi migliaia di militanti, soprattutto quelli che hanno fatto campagna elettorale (per avere diritto a un biglietto, bisogna aver partecipato ad almeno due giorni di campagna). L’atmosfera in città è però piuttosto spenta. Poca gente per le strade, pochi militanti con voglia di festeggiare. La partita è incerta, la passione di quattro anni fa un ricordo.