A due giorni dal voto per le presidenziali, l’America appare più che mai spaccata in due. I sondaggi che si susseguono freneticamente in queste ore confermano che tra Barack Obama e Mitt Romney sarà un testa a testa fino all’ultimo voto. Per questo i due candidati, in un faticosissimo finale di campagna elettorale, compiono gli ultimi blitz negli Stati considerati in bilico, a caccia degli elettori ancora indecisi. Indecisi anche se recarsi alle urne. Tanto che i volontari del partito democratico e di quello repubblicano stanno oramai battendo le contee più incerte porta a porta, bussando a tutte le case e telefonando a tutte le famiglie.

Gli ultimi appelli di Obama e Romney sono dai toni drammatici, perché – concordano entrambi – in gioco non ci sono solo i prossimi quattro anni, ma c’è “il futuro dell’America”. In soccorso di Barack è arrivato nelle ultime ore l’ex presidente Bill Clinton, presente a tutti gli ultimi comizi di Obama. La First Lady Michelle – che in giro per gli States continua a dare il suo contributo alla campagna elettorale del marito – li raggiungerà nelle prossime ore, prima di andare a Chicago da dove seguiranno l’Election Day. Mentre Romney negli ultimi comizi ha costantemente al suo fianco la moglie Ann.

Lo scontro è soprattutto sul cambiamento, vero o presunto. Il ‘real change‘ di cui Romney ha fatto lo slogan della sua parte finale di campagna contro il ‘change’ che Obama già promise nel 2008. “In questi quattro anni ho lavorato duro e la nostra lotta deve andare avanti. Non ci possiamo fermare”, ha urlato il presidente americano davanti a una folla di 14mila persone in delirio nella piazza principale di Concord, New Hampshire. “Il governatore Romney porta avanti idee vecchie e pretende di spacciarle per il vero cambiamento. Ma – ha proseguito – ridare più potere alle grandi banche non è cambiamento. Altri 5 trilioni di sgravi fiscali per favorire i più ricchi non è cambiamento. Noi sappiamo cos’è il vero cambiamento”.

La replica è arrivata da Des Moines, in Iowa. “Io sono l’uomo del cambiamento. E non mi limito solo a parlarne. Io l’ho già fatto”, ha affermato Romney invitando le quattromila persone che lo ascoltavano a guardare ai suoi successi da governatore del Massachusetts. “E attuerò il cambiamento anche quando sarò presidente degli Stati Uniti. Mancano solo due giorni, e poi ci metteremo al lavoro”, ha aggiunto fiducioso.

I sondaggi non aiutano a capire come andrà a finire, e l’incubo del pareggio, della conta fino all’ultimo voto (come avvenne nel 2000 nella sfida tra George W.Bush ed Al Gore) resta dietro l’angolo. Per quel che riguarda i principali “swing state”, quelli che assegnano più grandi elettori, Obama sembra resistere in Ohio (l’ultimo sondaggio Ipsos dice che guida di quattro punti), mentre in Florida è un sostanziale testa a testa. Romney sta però recuperando in alcuni ‘blue state’, quelli tradizionalmente democratici, come Pennsylvania e Michigan.

Ma – e questo è quello che conta davvero – sul fronte dei grandi elettori il presidente americano appare al momento in vantaggio: secondo il sito specializzato RealClearPolitics.com – che fa una media di tutti i principali sondaggi – al momento il presidente ne avrebbe 290, 42 in più di Romney. E siccome per vincere servono 270 grandi elettori, Obama – a bocce ferme – avrebbe in tasca la vittoria.  

Anche il Financial Times rinnova il suo appoggio a Obama, ritenuto la “scommessa più sicura” nel voto del 6 novembre, come già fatto nel 2008. “Rispetto ad allora – si legge nell’editoriale – quando Barack Obama emerse trionfante, la campagna 2012 ha offerto poca ispirazione”. “Oggi, dopo il Grande Crash del 2008, l’economia americana si sta riprendendo, anche se troppo lentamente. La supremazia degli Stati Uniti è minacciata – afferma il Financial Times – Nessuno dei candidati ha offerto risposte convincenti su come affronterà queste sfide, ma quello che è chiaro è che Obama è un interventista” e “nella sua risposta all’uragano Sandy ha mostrato che un governo forte può esser parte della soluzione più che un problema”.