C’è uno sconfitto nel confronto tra Barack Obama e Mitt Romney a Boca Raton, Florida: la politica estera. Il terzo e ultimo dibattito presidenziale doveva servire a definire meglio le posizioni dei due candidati sul ruolo degli Stati Uniti nel mondo. In realtà risposte, precisazioni, attacchi tra i due sono presto corsi ai temi dell’economia, del lavoro, della classe media. Il povero Bob Schieffer di Cbs News, che moderava il dibattito, ha cercato più volte di riportare la discussione su un piano più globale. Inutilmente. L’appello finale dei due candidati non ha contenuto un solo accenno alla politica estera. Del resto queste elezioni – dicono tutti i sondaggi – si vincono sull’economia. Il mondo, per l’America 2012, è poco più di un dettaglio.

I primi sondaggi, a pochi minuti dalla fine del confronto, danno Obama vittorioso nei confronti di Romney. Secondo Cnn, il 48% degli americani pensa che Obama abbia fatto una migliore figura, contro il 40% che sceglie Romney. Cbs dà ad Obama un vantaggio persino maggiore. Il dibattito di Boca Raton ha del resto mostrato ancora una volta un Obama implacabile nel fare a pezzi politiche ma soprattutto personalità del suo avversario. Le battute più memorabili della serata sono state le sue. Il presidente è partito subito all’attacco, ricordando la frase di Romney sulla Russia “nemico numero uno degli Stati Uniti”. “Gli anni Ottanta sono di nuovo tra noi”, ha detto ironicamente, per sottolineare il carattere vintage, nostalgico della Guerra Fredda, della politica di Romney. Stessa volontà di mettere in dubbio la sagacia internazionale dell’ex governatore anche nel capitolo dedicato a Osama bin Laden: “Lei ha detto nel 2007 che non era necessario muovere cielo e terra per catturare un uomo. Lei ha detto che avremmo dovuto chiedere il permesso al Pakistan – ha scandito Obama -. E’ stato invece giusto, e ne sono orgoglioso, aver smosso cielo e terra”.

L’arma più spesso utilizzata da Obama per mettere in dubbio le credenziali politiche di Romney è stata quella della scarsa affidabilità, dei continui cambiamenti di rotta a seconda dell’interesse politico. “Governatore Romney, lei ha preso ogni tipo di posizione e ogni volta la sua posizione si è rivelata sbagliata”, ha detto Obama, ricordando l’appoggio di Romney all’invasione dell’Iraq nel 2003 e la richiesta di mantenere più truppe in Afghanistan (poi rientrata). Il presidente ha mostrato diversi registri e intonazioni, apparendo ora indignato ora sprezzante. L’indignazione è emersa quando Romney lo ha accusato di “aver intrapreso un tour di scuse per i Paesi del Medio Oriente, senza nemmeno fermarsi in Israele”. Obama, di solito impassibile, ha sbattuto più volte le palpebre ed è partito all’attacco: “Il mio primo viaggio, da candidato alla presidenza degli Stati Uniti, è stato quello in cui ho visitato le nostre truppe. Poi, quando sono andato in Israele, non ho portato con me i miei finanziatori, non ho organizzato raccolte fondi, ma sono andato allo Yad Vashem, il museo dell’Olocausto, per ricordare a me stesso la natura del male e i nostri legami indistruttibili con Israele”. Lo scherno aperto è venuto poco dopo, quando Romney ha accusato Obama di non aver ammodernato la flotta navale americana. “Il governatore Romney non sembra capire la natura della Marina moderna”, ha contrattaccato Obama. “Oggi ci sono meno navi, ma ci sono anche meno cavalli e baionette. Ci sono cose che si chiamano portaerei, su cui atterrano gli aerei. Ci sono i sottomarini nucleari. Non stiamo giocando a battaglia navale, dove si contano le navi”.

Se l’obiettivo finale di Obama era distruggere le credenziali di Romney come commander in chief (ma è possibile che alcuni elettori, i cosiddetti indecisi, abbiano trovato l’atteggiamento del presidente eccessivamente duro e irrispettoso), Romney ha per tutti i novanta minuti del dibattito giocato la carta della moderazione, del centrismo rispettabile, persino del riconoscimento dei meriti del rivale. Ha iniziato parlando della buona volontà mostrata da questa amministrazione nel gestire le crisi arabe. Ha elogiato l’azione militare che ha eliminato Osama bin Laden. Si è persino lanciato in un accorato rigetto delle politiche neocon (che è sembrato rivolto all’elettorato femminile, più sensibile al tema del pacifismo): “Voglio vedere la pace. Voglio vedere crescere la pace in questo Paese. Voglio promuovere i principi della pace per fare di questo mondo un posto più sicuro”. La vera linea d’attacco di Romney contro l’amministrazione ha riguardato la presunta mancanza di forza, di energia, di direzione che hanno caratterizzato gli ultimi quattro anni: “Con Obama, i nostri nemici hanno visto debolezza dove invece si aspettavano forza”, ha detto il candidato repubblicano, ricordando la battuta di Mahmoud Ahmadinejad sul “debito che indebolisce l’America”. Anche sulla gestione delle rivolte arabe Romney ha più volte attaccato, ricordando che dalla “confusione si esce con una robusta e comprensiva strategia di aiuti e con l’isolamento dei radicali estremisti”.

In mezzo alle frequenti e lunghe digressioni su tasse, occupazione, buoni alimentari, industria automobilistica, educazione, ricerca, sono emerse anche alcune idee su come sviluppare la politica estera americana dei prossimi quattro anni. E su questo, nonostante i novanta minuti passati ad attaccarsi i due sono stati costretti a dirsi d’accordo su molto: ritiro dall’Afghanistan entro il 2014; caduta di Assad e transizione democratica in Siria; sanzioni sempre più dure e ultimatum sempre più vicino nei confronti di Teheran; uso dei droni per assassinare i presunti terroristi; mano pesante contro le politiche commerciali di Pechino. La questione dell’attacco all’ufficio consolare di Bengasi, costato la vita all’ambasciatore J. Cristopher Stevens e ad altri tre americani, da tempo al centro delle polemiche repubblicane, non è stata praticamente toccata da Romney, forse per il timore di apparire fazioso e poco “presidenziale” in un momento di crisi nazionale. Israele è stata citata 22 volte. L’Europa, il Giappone, l’India nemmeno una volta, a dimostrazione di come la retorica politica, e non la sostanza, l’abbia fatta da padrona.

La campagna entra a questo punto nelle ultime due settimane prima del voto. Un sondaggio del luglio scorso dava a Obama 10 punti di vantaggio sui temi della politica estera e della sicurezza. La più recente rilevazione Nbc/Wall Street Journal mostra invece il presidente con un vantaggio molto più esiguo: tre punti. Non sarà comunque la politica estera a decidere la battaglia per la Casa Bianca. Tutti i sondaggi mostrano una tenuta di Obama in alcuni importanti “battleground states”.

Obama è in vantaggio in Wisconsin, Iowa, Nevada. Romney avrebbe invece ormai conquistato Florida e North Carolina. In bilico Virginia, Colorado e New Hampshire. Il premio più conteso e ricercato, l’Ohio, resta ancora dalla parte di Obama. Una buona notizia per il presidente: nessun repubblicano negli ultimi decenni è mai salito alla casa Bianca senza aggiudicarsi l’Ohio. Il vantaggio di Obama resta però esiguo, troppo esiguo per tranquillizzare i democratici e per non far tentare ai repubblicani un ultimo, disperato assalto alla presidenza.