L’appuntamento è per la prossima settimana quando il Parlamento Europeo esprimerà il voto definitivo in plenaria sulla bozza della nuova direttiva Mifid, che regola i mercati finanziari comunitari sotto il profilo dell’uniformità delle regole, della competitività e della tutela degli investitori. Anche nell’ultima versione della normativa, però, le speranze di riforma del collocamento di prodotti finanziari alla clientela, ammette Sven Giegold, eurodeputato tedesco dei Verdi, sono praticamente ridotte a zero.

Il contestato sistema delle provvigioni, che allo stato attuale continuerebbe a produrre un palese conflitto di interesse in capo ai promotori finanziari, resterà sostanzialmente in vigore con tutte le ovvie conseguenze del caso. Come a dire, tra le altre cose, che la proposta di separazione legale tra le attività di rischio tipiche delle banche d’investimento e quelle rivolte alla clientela “normale”, potrà anche condurre all’atteso Dodd-Frank europeo. Ma il progetto di riforma potrebbe non essere sufficiente a garantire i risparmiatori dai rischi associati ai prodotti finanziari più complessi.

Avete presente le inestricabili polizze unit linked o index linked? Ricordate i Tango bond, le obbligazioni Lehman e i devastanti titoli di debito di Bank of Ireland (quelli del concambio-fantasma che ne azzerò il valore)? Sono i classici prodotti-truffa, titoli tossici che possono mandare in rovina una banca o, più spesso, un gruppo di risparmiatori mal consigliati. Le banche ne fanno incetta, vuoi perché sono chiamate a collocarli, vuoi perché, in origine, avevano creduto alla loro validità.

In entrambi i casi però l’obiettivo è uno solo: vendere tutto ai risparmiatori con la prospettiva di un rendimento accettabile o, perché no, addirittura attraente. I promotori finanziari servono essenzialmente a questo: a consigliare e collocare in modo interessato. Nel sistema attualmente in vigore questi ultimi possono ricevere incentivi, ovvero provvigioni, basati sulle vendite. Tradotto: sono incentivati a piazzare soprattutto i prodotti della loro banca di riferimento ovvero quelli sui quali ottengono maggiori provvigioni (spesso le due cose coincidono).

E’ così che le banche favoriscono il collocamento dei prodotti di cui vogliono disfarsi al più presto, è così che il rischio viene trasferito sul risparmiatore, è così, insomma, che i promotori si ritrovano a tutelare gli interessi di tutti tranne che della clientela. Nel progetto a lungo discusso presso la Commissione Ue si trattava in definitiva di porre fine a questo sistema. E invece, all’improvviso, è saltato tutto. L’idea di fondo consisteva nel restituire ai clienti le provvigioni delle banche, il che, in estrema sintesi, significava abolirle.

L’unica possibilità prevista sarebbe consistita quindi nell’applicazione di un sistema legato al risultato che avrebbe avvicinato la figura dei promotori a quella dei cosiddetti consulenti indipendenti (che percepiscono una parcella solo dalla clientela e non dalle banche): in pratica, io ti vendo i prodotti che vanno meglio per te e tu mi dai una parte del guadagno che sei riuscito ad ottenere. Sembrava tutto pronto, poi, alla fine di settembre, il colpo di scena.

Poco prima che la Commissione approvasse il testo, una richiesta dei socialdemocratici ha provocato una modifica radicale: sì alle provvigioni purché siano dichiarate pubblicamente. Il conflitto di interessi, dunque, resta immutato. “Abbiamo perso un’occasione importantissima”, ha dichiarato Sven Giegold, parlamentare europeo tedesco dei Verdi. “Per i diritti dei risparmiatori è una vera a propria catastrofe. Il conflitto di interesse di banche e promotori nel collocamento di prodotti finanziari genera danni economici per 98 miliardi di euro all’anno alle famiglie tedesche”.

L’imboscata dei socialdemocratici è stata orchestrata al meglio, senza nessuna voce fuori dal coro. I socialdemocratici tedeschi, i socialisti francesi e gli europarlamentari del PD hanno offerto ancora una volta una stampella alle banche, a scapito dei risparmiatori. In definitiva, dunque, tutto resta come prima. Anche in quel contesto italiano che sconta tuttora una complicata e non sempre chiara sovrapposizione di figure professionali tra consulenti, promotori e private bankers.

“È un vero scandalo che a livello nazionale sia ancora bloccata una normativa chiara che permetterebbe lo sviluppo di una professione con contenuti etici a protezione dei patrimoni”, commenta Cesare Armellini, amministratore delegato Consultique, società di consulenza indipendente di Verona. E il problema, spiega, è sempre lì, nel perenne conflitto d’interesse. “Più alto è il livello di rischio trasferito – aggiunge – , maggiori sono le provvigioni che vengono incassate da chi ha creato e da chi ha collocato il prodotto”.

Per questo “i derivati strutturati venduti ad aziende, pubbliche amministrazioni e privati, hanno un contenuto commissionale superiore a quello di un fondo azionario, che a sua volta è più alto rispetto a quello di un fondo obbligazionario, che a sua volta è superiore a quello di un fondo monetario e così via”. La strada verso una vera riforma nel collocamento di prodotti finanziari è ancora lunga. Soprattutto se i socialisti europei continueranno ad abbaiare a casa propria contro chi ha causato la crisi, votando però docilmente a favore delle banche a Bruxelles, al riparo da occhi indiscreti.