Da qualche parte piovono ancora miliardi e gli investitori esultano, ma non per questo i segnali appaiono particolarmente tranquillizzanti. Soprattutto se vengono dai fondi di private equity. Nel grande affare del momento ci sono un po’ tutti, per lo meno i protagonisti di sempre. Da Leonard Green & Partners alla Bain Capital, che ha contribuito ad arricchire il suo fondatore, Mitt Romney e che l’attuale candidato repubblicano ha lasciato definitivamente nel 2002. Per non parlare di Carlyle, celebre per aver raccolto negli anni la partecipazione di molti investitori di peso, tra cui la famiglia Bush e l’ex premier britannico John Major. Colpiti ma non affondati dalla crisi oggi sono tornati in auge. E, numeri alla mano, potrebbero aver scatenato l’ultima insospettabile bolla del mercato. Ma andiamo con ordine.

Protagoniste numero uno di una certa finanza d’assalto, le società di private equity prendono di mira aziende non quotate con l’obiettivo di acquisirle, razionalizzarne i costi – il che si traduce quasi sempre con la riduzione del personale – e generarne quindi un profitto al momento della successiva cessione. Di norma, nel giro di 3 o 5 anni. L’acquisizione iniziale avviene tipicamente attraverso il leveraged buyout, ovvero tramite il ricorso all’indebitamento che viene in buona parte scaricato sulla stessa società acquisita. In pratica si comprano le aziende a spese delle aziende stesse.

Ma quella dell’acquisto iniziale non rappresenta l’unica operazione a debito dei private equity, visto che la pratica, di fatto, caratterizza anche i momenti successivi. E, in particolare, le cosiddette dividend recapitalizations, operazioni a debito particolarmente rischiose condotte dalle società di private equity per finanziare i dividendi, che nel corso di quest’anno hanno totalizzato un controvalore di 54 miliardi di dollari, segnando così un record storico, ben superiore al precedente primato datato 2010, quando il totale si era fermato a 40,5 miliardi. I dati li ha resi noti il Wall Street Journal citando le cifre pubblicate da Standard & Poor’s. 

Lo schema funziona pressappoco in questo modo: i fondi acquisiscono imprese potenzialmente redditizie e in seguito impongono a queste ultime di rastrellare nuova liquidità da distribuire ai loro azionisti (ovvero se stessi)  sotto forma di dividendi . Per raccogliere il denaro necessario, le imprese controllate emettono obbligazioni sul mercato, vale a dire si fanno carico di nuovi debiti, offrendo rendimenti piuttosto elevati, anche del 10 per cento, risultando particolarmente allettanti per gli investitori non intimoriti dal rischio.

Questo genere di operazioni può avvenire talvolta anche attraverso il ricorso a prodotti finanziari più complessi, a cominciare dai cosiddetti “payment in kind toggle”, i PIK-toggle—bonds, che offrono all’emittente la possibilità di rinviare il pagamento degli interessi caricando ulteriore debito. Secondo Moody’s Investors Service tra il 2006 e il 2010 il tasso di default delle compagnie che emettono questo genere di obbligazioni  è stato del 13 per cento. In pratica il doppio rispetto alle obbligazioni “normali”. Non ci vuole molto, insomma, per capire quanto uno scenario simile possa essere potenzialmente piuttosto rischioso tanto per le aziende quanto per chi ne compra le obbligazioni.

Di certo c’è che l’esplosione del fenomeno è servita a finanziare la rinascita dei private equity, fiaccati come e più di tutti dalla chiusura dei rubinetti delle banche seguita al terremoto degli anni bui post Lehman Brothers. Prendiamo il caso Carlyle: all’inizio del 2008 la bolla dei mutui l’aveva quasi eliminata dal mercato sotto i colpi di 16,6 miliardi di debiti che avevano affossato il suo fondo immobiliare. Tre anni più tardi, nel primo trimestre 2011, la società registrava già un utile record di 6,4 miliardi di dollari e avviava un maxi investimento da 750 milioni dedicato alle operazioni in Africa nei settori dei beni di consumo, delle infrastrutture, dei servizi finanziari e del binomio agricoltura-energia. La scorsa settimana, la stessa Carlyle è finita al centro della cronaca giudiziaria al pari di altre società del settore dopo la denuncia di un gruppo di investitori che hanno ipotizzato un cartello illecito nell’ambito di 19 operazioni di acquisizione condotte negli anni passati. I fatti si riferiscono a transazioni effettuate nel corso del 2006 e coinvolgono, tra le altre, anche KKR, Blackstone e Bain Capital. Le società accusate hanno respinto ogni addebito.