Gli scranni delle presidenze delle Province italiane rischiano di restare deserti. E non è solo una questione di spending review e di funzioni che non si riescono più a svolgere, come qualcuno ha commentato a caldo abbandonando la poltrona. Di fatto è scattato il conto alla rovescia per candidarsi al parlamento: il 29 ottobre sarà in fatti il termine ultimo per la “scelta” da fare tra i due ruoli. E chi, tra i presidenti di provincia, è già anche parlamentare, ha preso una decisione. Meglio un seggio “sicuro”, che una poltrona traballante.

Altre ne seguiranno, c’è da giurarci, di dimissioni. Dopo quelle del presidente della Provincia di Rieti, Fabio Melilli, che sabato scorso ha annunciato l’addio, ieri è stata la volta del presidente della provincia di Asti Maria Teresa Armosino (Pdl) e di quello di Biella Roberto Simonetti (Lega Nord). Entrambi sono alla guida di una provincia piemontese che potrebbe essere accorpata, Asti con Alessandria e Biella con Novara o Vercelli. Oltre a loro si è dimesso anche il presidente della Provincia di Napoli, Luigi Cesaro, che si candiderà alle politiche del 2013 e che ha spiegato di avere deciso di lasciare perchè i tagli imposti dalla spending review del governo rendono “estremamente difficile, se non addirittura impossibile” amministrare l’ente.

Par di capire che la scadenza elettorale e la prossima, imminente tagliola della nuova legge di spesa, stiano accelerando, in quale modo, la chiusura di quello che è stata una bella fetta del federalismo così come lo conosciamo oggi. Certo, ognuno dei presidenti coinvolti in questa singolare protesta/fuga dalla poltrona tende a spiegare le proprie dimissioni in modo diverso: a inquadrare sabato scorso la ‘parte generale’ del fuggi fuggi dei presidenti di Provincia è stato proprio Fabio Melilli, che ha citato le parole del ministro della Funzione pubblica Patroni Griffi secondo il quale “l’inizio della chiusura dell`esperienza delle province viene accelerato”. Nel caso di Rieti, si profila un rapido accorpamento con Viterbo. Ma altre motivazioni vengono fornite da Armosino, che ha puntato l’indice contro il decreto “Salva Enti”, che porterà le province ad un “incolpevole dissesto” e da Simonetti, che ha sottolineato sia la cancellazione della provincia di Biella sia i “dati drammatici del suo bilancio a causa dei tagli” sia “la legge sull’ineleggibilità” che mette i presidenti di fronte a un out out: o dimissionari sei mesi prima del voto per le politiche, o non candidabili. Il presidente della Provincia di Torino, Antonio Saitta, poi, ha annunciato di avere pensato alle dimissioni ma di avere deciso di restare al suo posto, parlando tuttavia di “troppe difficoltà da fronteggiare” e di un “vero e proprio attacco alle autonomie locali” in corso, oltre a un governo che “ha avviato un processo centralista pericoloso”. Il rischio accorpamento delle Province e i pesanti tagli per quelle che resteranno rendono dunque da un lato meno conveniente e dall’altro più difficile il ruolo di amministratore dell’ente Provincia. Nessuno, però, a voluto mettere in piazza una scelta di legittima convenienza, quella tra il parlamento e un ente di prossima chiusura. Questa raffica di dimissioni, comunque, porterà con se conseguenze per i cittadini, tutte da valutare.

Il pasticcio, d’altra parte, lo ha fatto il governo. Dopo il decreto di accorpamento delle Province, a cui non sono seguiti i decreti attuativi in attesa della pronuncia della Corte Costituzionale (prevista non prima di gennaio e determinata dall’uso, da parte dell’Esecutivo, dello strumento legislativo sbagliato per fare la riforma), ora si affretta a rivedere il titolo V della Costituzione per cancellare davvero l’impianto federalista che era stato approvato dal governo D’Alema nel ’99 su proposta di Giuliano Amato, all’epoca ministro per le Riforme. In questo nuovo provvedimento, che dovrà avere quattro letture da parte del Parlamento, il governo ha inserito una vera e propria revisione, in senso centralistico, di quello che è stato fino ad oggi il decentramento dei poteri dello Stato. In parole povere: si sta tornando indietro, all’antico. E i presidenti delle Province, a cui già le varie spending rewiev che si sono susseguite negli ultimi mesi hanno tolto gran parte delle risorse economiche, non riescono più a trovare un senso al loro ruolo. Inutile, quindi, restare a tenere calda una poltrona che presto non avrà più funzioni e che già oggi non ha più denaro, solo perchè c’è la speranza che la Corte Costituzionale dia ragione a chi, come la Lega, ha presentato ricorso; con la decisione del governo di rivedere l’impianto amministrativo dello Stato, ogni speranza è stata persa. O, almeno, adesso la si vede così. Ecco perchè, quindi, alcuni hanno calcolato anche i tempi giusti per essere almeno liberi di candidarsi alle prossime elezioni. Andare in Parlamento, comunque, potrebbe avere anche lo scopo di sostenere le ragioni del territorio dalle aule parlamentari. Ma di certo è il modo per avere una poltrona più sicura e decisamente più a lungo di quelle dove stanno seduti adesso.